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"C'è stato qualcosa che è andato assolutamente storto dall'inizio"
14 maggio 2012
Di concerti e di flussi (di coscienza, più che altro)

E' probabile che la mia morte sarà provocata dalla quantità di cibo sintetico che mangio. Ma tant'è, quando la fame è tanta e la voglia di cucinare poca, non c'è niente di meglio di una ciotola di noodles.

Dunque scofano la mia ciotola di noodles anche stasera e poi scrivo un po' qua. Ho voglia di ricordare il concerto dei Metallica appena trascorso, un concerto cercato, atteso e pure un po' sofferto. Sofferto per le numerose e variegate vicende che vi si sono create intorno: Ilaria e gli amici che ci vanno e non l'avvertono e prendono i biglietti per il prato e quando lo viene a sapere lei ormai è tardi e i biglietti per il prato sono esauriti (comunque è riuscita ad andare sotto al palco come desiderava, alla fine); Simone che mi dice due volte che non può venire e poi dice che invece può venire e io che mi incazzo e gli dico che non mi ascolta e mi ha declassato e poi invece non è vero e  litighiamo e poi ci chiariamo e poi rilitighiamo e poi facciamo pace una volta per tutte; Ferruccio conoscenza fresca ma che sembra già di antica data che viene con la ragazza che mi guarda storto e non si sa come andranno le cose ma poi alla fine va tutto bene.

Ritrovo al parcheggio dell'Esselunga di Lucca domenica mattina, Simone che ci saluta con un "bongiorno una sega" perché la sua macchina, che è quella designata per il viaggio, segnala di controllare il motore. Non ci resta che andare col Canarino, la mia fedele compagna da ormai otto anni che mi ha tradito per la prima volta un mese fa accartocciandosi come una lattina dopo un impatto minimo, ma ho fatto pace anche con lei. Ha retto mille chilometri di strada come se nulla fosse, ruggendo e scattando come una belva con quattro persone a bordo, e quando siamo rientrati all'alba del giorno dopo rombava ancora contenta.

Guido fino a Venezia poi faccio guidare Neta. Si ride, si scherza, si ascolta Ilaria che ci parla del suo nuovo lavoro e di quanto è contenta di aver cambiato ambiente, ci si ferma all'Autogrill, spendo 15 euro per un panino e una bottiglia d'acqua, porcaeva,  si riparte, si arriva a Udine ovvero in provincia di fanculo dove si tiene il tanto agognato concerto.
C'è gente talla un po' dappertutto e io sono emozionata come una bambina. Un po' di preoccupazione per il tempo che fa il tavernello, ma poi la giornata si mette al meglio. Birrozzo con Simone in coda per entrare nello stadio. Due metri ogni dieci minuti. Altro birrozzo in vista del cancello. Il mondo mi sembra già un posto molto più divertente, ed è questo che mi preoccupa del mio rapporto con l'alcool, è che non mi fa capire se la mia essenza si avvicina di più alla musona che sono da sobria o alla matta che sono da brilla.

Finalmente si entra. Abbiamo sbagliato entrata, la gradinata è dall'altra parte. Imbarazzo. Confondiamo le idee a uno dell'organizzazione che alla fine ci fa andare dalla parte giusta. Dentro ci riuniamo finalmente a Ferruccio&fidanzata che non si sa come in autostrada avevano mezz'ora di ritardo rispetto a noi e sono riusciti ad arrivare prima (un po' come Izma e Cronk ne "le follie dell'imperatore": se lo stanno chiedendo tutti, in sala). Ci sistemiamo, Ilaria tenta di corrompere gli addetti alla sicurezza perché la lascino andare nel prato, ma dicono di no. Le consiglio di aspettare qualche ora, quando saranno un po' più stanchi e un po' più brilli anche loro.
Pomeriggio di chiacchiere, musica e visite al bagno. Ho avuto modo di apprezzare la solidarietà femminile che faceva sì che una fila di venti ragazze alla volta scorresse in dieci minuti al massimo: tutte si sbrigavano perché sanno bene che tenersela in fila è una cosa tremenda. Vari pensieri mi affollano la testa, penso che la ragazza davanti a me è davvero carina, penso "chissà come sarebbe la mia vita se fossi quella", penso "boia però quanto sei stinfia", penso "potrei pomiciare con una ragazza se fossi sufficientemente sbronza".

Altra birra. Altre chiacchere. Sparo diverse cazzate, ma d'altronde se non le sparo io qua si rischia di non fare nemmeno un po' di conversazione. Ilaria e Simone riescono ad andare nel prato. Stringo la mano di Neta.

Poi pian piano il sole tramonta e si accendono le luci dello stadio e l'attesa cresce e poi alle 21,15 finalmente eccoli. I Metallica.

Quello che segue è soprattutto meraviglia. Rinuncio pure a fare fotografie per non perdermi nemmeno un secondo di concerto. Ho davanti uno stronzo che dall'inizio alla fine fa filmati con l'iPhone mentre salta e si agita e mi copre la visuale, ma riesco a vedere tutto lo stesso.

Qualche canzone è storpiata ma va bene. Apprezzo gli effetti scenici, la bravura indiscussa di questo gruppo che tanto tempo fa mi ha introdotto al Metal, il loro essere assolutamente in forma, assolutamente animali da palco.

Un concerto stupendo, senza dubbio. Penso che mi sono rifatta dei concerti di Ligabue, di Carmen Consoli e di varie altre schifezze che ho visto per fare favori ad altri. Peccato che finisce troppo presto e mi lascia in crisi d'astinenza. Cacchio ragazzi, se ripassate da queste parti ritorno di corsa a vedervi.

Salutiamo Ferruccio e Alice, torniamo alla macchina. C'è gente ovunque. Arrivano anche Simone e Ilaria e ci rimettiamo in viaggio.  O meglio, ci proviamo: la fila di auto è talmente lunga che finiamo per passare un'ora nel parcheggio e un'altra ancora sulla statale per raggiungere l'autostrada. Io me ne accorgo a malapena, a dire la verità: appena tocco il sedile posteriore della mia macchina crollo come una pera lessa. Mi sovviene all'improvviso che non ho bevuto una sola goccia di caffè nelle ultime quarant'otto ore. Cazzo, dev'essere stato quello. Fatto sta che mi accoccolo sulle gambe di Neta e ci schioppo una dormita che nemmeno Paperino. Vado avanti così per tutto il viaggio (in seguito mi hanno detto che a un certo punto, verso le tre di notte, mi sono svegliata, ho chiacchierato per un quarto d'ora raccontando episodi buffi su Antonella e ho pure fatto i conti e le divisioni per la spesa del viaggio. Non mi ricordo una phavae di tutto ciò). Apro gli occhi che fuori albeggia. Siamo quasi a Firenze. Mi accorgo di aver dormito appoggiata a Simone. Lo guardo mentre ronfa beato e sorrido. Sul sedile davanti, accanto a Neta che sta guidando, riposa Ilaria che avrà giusto il tempo di arrivare e farsi una doccia, prima di entrare a lavoro. Mi sento in pace con il mondo e mi viene da pensare che non c'è niente che valga il non stare bene quando si è tutti insieme. Meno che mai le gelosie o le paranoie o i risentimenti.

Ci salutiamo al parcheggio dell'Esselunga da dove siamo partiti. E' stato bello. Non abbiamo nemmeno bisogno di dircelo.

Io mi dico che devo cambiare un paio di cosette di me. Poi ho solo il tempo di guidare fino a Pisa e di andare a morire nel letto insieme a Neta. Ci svegliamo a un orario che non voglio dichiarare. Mi ripiglio un po' appena bevo il caffè che mi prepara lui ("praticamente sono quattro caffè"), poi vado a lavoro.

Mi sento piena di serenità e gratitudine e mi viene da pensare grazie, grazie ragazzi.

 

Ora veniamo a noi. Ho scritto tanto blablabla noioso giusto per evitare la questione principale.
Sto pensando di smettere di essere un'editor di ebook. La cosa era cominciata perché mi appassionava e volevo cercare di diventare davvero brava, ma i ritmi lavorativi e le consegne sempre a breve scadenza mi impediscono non solo di ricercare metodi di lavoro migliori, ma anche solo di fare dei buoni elaborati. Per farla breve, la frustrazione e il tempo che mi porta via non vale quello che ne ricavo, sia in termini di soddisfazione che di moneta. In tutto questo, non c'è nemmeno una prospettiva di miglioramento futura: i lavori saranno sempre gli stessi e sempre più a breve scadenza. Dunque.

E' arrivato il momento di prendere una decisione. Ma probabilmente ho già deciso. Vi farò risapere. Nel frattempo, pace alla tuttanza.

 

But I'll take my time anywhere

Free to speak my mind anywhere

And I'll redefine anywhere




Vostra,

 

LinTa




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10 maggio 2012
Sogno un bucato fresco e profumato (forse)

La fondamentale premessa è: la lavatrice non funziona come dovrebbe.

No, no, no. Non si può andare in giro con il terrore che i tuoi vestiti puzzino di fogna o del fritto che hai fatto la settimana prima solo perché la tua lavatrice lava male. Chiami chi di competenza a fare controllare il filtro, lo scarico, le tubature. Tutte le volte se ne vanno dicendo: "vedrai che adesso non avrai più problemi". E tutte le volte rifai la lavatrice e i tuoi vestiti escono fuori lavati male. Ti tocca rilavarli a mano (quando hai tempo, e non ce l'hai mai). Puoi aver ripopolato il mondo di dodo e risolto la fame in Africa, ma se hai addosso vestiti che puzzano, ti senti piccolo e fuori luogo come un verme fuori dalla terra. Per non parlare dell'innalzamento del picco di paranoia: dopo un po' cominci a sentire odore di panni lavati male dappertutto, pure sui vestiti che compri nuovi al negozio. Sei infelice (dico, infelice) e ti domandi il perché.
Stamattina, in preda alla disperazione, sono emigrata in una lavanderia a gettoni poco lontano da casa mia. Mi sono pure dimenticata la borsa a casa e sono dovuta tornare indietro a prenderla.  Poi ho passato un quarto d'ora a trafficare con monete e detersivo e a leggere i duemila cartelli d'istruzioni, avvertimenti e avvisi vari che c'erano sui muri della lavanderia. Prima volta? Sì. Eh vedrà che poi impara. Ma io ne facevo anche a meno, io credo nella lavatrice home edition, caxxo. Alla fine metto in moto la lavatrice numero uno. E torno a casa con un vago senso di fastidio.

All'improvviso sogno un vita raminga, una vita fatta di spostamenti, viaggi, poche comodità e molta avventura. Un nomadismo selvaggio che si sprechi nei falò sotto i ponti, nelle piazze di notte con birra e chitarre e sui vagoni dei treni di terza classe. A vedere ogni giorno un posto diverso, ad annusare ogni giorno un odore diverso. Ho sempre immaginato che a vivere per strada si dimentichi quali odori si dovrebbero avere e quali no. A che mi serve avere una maglia che profuma di marsiglia quando posso far sì che profumi di mare, di spiagge, di boschi, di grandi città e di cielo stellato. A che mi serve, quando posso camminare per il mondo senza freni e senza limiti, tanto meno quelli imposti dalle convenzioni sociali.

 

Il punto è proprio questo. Mi ci è voluta una lavatrice malfunzionante a farmi rendere conto di una verità amarissima.

In questa società non sono niente, senza dei vestiti puliti.

 




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2 maggio 2012
La trombata di default

[posto con ritardo perché il buon vecchio Cannocchio ha avuto problemi tecnici durante le feste. Pare che abbiano risolto. Bravo Cannocchio, sei sempre il migliore!]

 

Ieri sera, tornando da una cena a casa di amici, ho parlato a lungo con il mio ragazzo di un fenomeno che vedo verificarsi sempre più di frequente fra le coppie, specialmente se sono coppie di gente compresa nella fascia d'età dai 20 ai 35 anni. Si tratta di qualcosa che ritrovo, o ho ritrovato, anche fra moltissimi dei miei più cari amici: e cioè il momento in cui, passato un certo tempo che stai con una persona, ti viene inevitabilmente voglia di cambiare.

Si badi bene che per cambiare non intendo solo cambiare partner. La cosa va intesa a livello più ampio, e riguarda il cambiare vita, modelli, stile.
Mettiamola così: una coppia trova un equilibrio e lo consolida, acquisendo sicurezza e benessere interiore, ma al tempo stesso correndo il rischio di finire in un girotondo di routine e di cose che si ripetono (l'andare a cena fuori, il vedere film, le uscite, la compagnia, la visita ai suoceri, ecc.). Dopo un po', si avverte la necessità di cambiare qualcosa. Solo che cambiare stile di vita a questo punto è difficile: l'altro sarà d'accordo? Ci seguirà? Ci asseconderà nel cambiamento? E noi, avremo il coraggio di abbandonare le sicurezze consolidate e cambiare? E tutto questo che effetti avrà sulla coppia? E se dovessimo scoprire che non riusciamo a stare insieme se non in un certo modo, e cambiandolo manderemmo all'aria tutto? No no, meglio non fare niente, meglio rimanere come si è.

E a questo punto che si pone il grande dilemma: mi adeguo a vivere in modo tranquillo e ripetitivo, facendo bene o male cose che mi danno sicurezza ma zero emozione, oppure rivoluziono tutto e mando all'aria ogni cosa?

Qui mi torna in mente la mia professoressa di Letteratura francese, libertine nostalgica, che diceva "Bisogna cambiare partner, ragazzi! Tanto, dopo sette anni è praticamente incesto. Si conosce il corpo dell'altro bene come si conosce il proprio". Però mi torna in mente anche mia madre che mi dice "che ti lasci a fare? Ti tocca fare un mucchio di fatica a ricostruire tutto con un altro, e poi dopo qualche anno è tutto uguale alla storia di prima".

Stranamente, malgrado mi ritenga una persona estremamente celebrale, la mia esperienza di vita in materia mi ha sempre portato a prendere decisioni "di pancia". Non sono mai stata capace di restare accanto a una persona con cui sentivo di non poter più stare, anche se a livello mentale mi dicevo che era una follia lasciarla. Ho sempre mandato all'aria le storie che non mi permettevano di soddisfare la mia voglia di cambiamento. Nossignore, le catene le mettete ai bengalini, grazie.

Eppure, quasi sempre la gente sceglie di rimanere insieme a una persona anche se ci sta male, ha voglia di cambiare, è insoddisfatta o si sente soffocare. Si lamenta, soffre, sbatte la testa di qua e di là, trova sotterfugi di ogni tipo, ma non si lascia.

E' proprio di questo che parlavamo ieri sera io e il mio ragazzo.
Qual è il motivo per cui una persona sente di aver voglia di cambiare la propria vita, trova nel suo stare in coppia un impedimento a ciò, ma nonostante tutto non si lascia?

Perché ha paura di abbandonare le sicurezze? No, perché il suo desiderio intrinseco di libertà non gli fa certo agognare le certezze e le cose sicure; se ne avesse la possibilità coglierebbe al volo un'occasione di cambiamento facile.

Perché ritiene che gli convenga di più restare con la persona che ha accanto? E' una possibilità, ma non può reggere: con il tempo il desiderio represso viene fuori e qualunque sia la motivazione che ti spinge a resistere, alla fine decade.

Perché non vuole affrontare il dolore e la sofferenza? Anche questa è una possibilità, ma io credo nella naturale attitudine dell'essere umano a "liberarsi" attraverso il dolore: nessuna scimmia ha mai rinunciato a lanciarsi da una liana all'altra solo perché ha paura di cadere e farsi male, e in quanto discendenti dalle scimmie, non smentiamo l'assunto.

Perché in fondo ha bisogno d'affetto? Ma figuriamoci, per quello ci sono i gattini.

Alla fine, sono arrivata a una conclusione: perché stare con un partner fisso ti assicura il sesso.

L'ho chiamata la trombata di default. E per quanto mi rendo conto che questo aspetto motiva solo in parte la scelta di restare con una persona che ci impedisce di realizzare i nostri bisogni di cambiamento, alla fine è la spiegazione più logica che riesco a dare.
La gente non si lascia perché ha paura di restare senza un partner con cui fare sesso. Malgrado tutto il porno che gira in rete, le prostitute ai lati delle strade, i trombamici e i vari altri sotterfugi che si possono trovare. Fare sesso con il partner fisso, nonché (strascichi di cultura cattolico-borghese) con la persona "legittima", è un'idea a cui difficilmente si rinuncia. La situazione deve essere arrivata a un punto assolutamente tragico e irreversibile, se si può rinunciare a ciò.

"E se poi non trovo nessun altro con cui fare sesso? No no, meglio tenermi il mio partner: magari mi posso cercare un/un'amante. Ma la sicurezza di poterlo fare quando ne ho voglia, di avere la mia trombata di default, la voglio."

E così molti rinunciano alla propria voglia di cambiare e si autocondannano a una vita di sicurezze, compensazioni, repressioni e riempimenti vari. Tutto per paura di non riuscire ad accoppiarsi quando si vuole.

 

Se volete s'apre un dibattito. Fatemi sapere la vostra. Per il momento saluti.


Vostra,

 

LinTa

 




permalink | inviato da insolita il 2/5/2012 alle 21:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
20 aprile 2012
Il videonoleggio
Tornare al paesello mi fa sempre uno strano effetto. La mia vita è fuori e lontana da qui, eppure, quando mi capita di passare un po' di tempo nel paese dove sono cresciuta, mi stupisco della totale assenza della sensazione di stare tornando.
Cammino nel centro senza una meta precisa, devo far passare un po' di tempo prima di recarmi a una visita. Non so perché torno qui a farmi curare. Sarà che il medico di famiglia è pur sempre il medico di famiglia, un po' come la mamma è sempre la mamma.
Rivedo le strade che conosco a memoria, la piazzetta del mercato con una desolata bancarella di libri usati, la vetrina del negozio di vestiti costosi, il bar di qualità e quello dove mia madre mi diceva di non entrare per via della gentaglia.
Rivedo la squallida fontana piazzata lì  dal sindaco quindici anni prima e l'edicola con i giornaletti esposti e le buste a sorpresa che luccicano sotto il sole.

[...]

Poi più avanti, in via Verdi, il videonoleggio dove andavo sempre quando ancora abitavo qua. Da lontano sembra sempre uguale. Mi avvicino. In effetti qualcosa di diverso c'è. C'è un cartello sopra con scritto "cedesi attività". Visti i tempi di magra non me ne stupisco troppo; pure, avverto una specie di vuoto nello stomaco: in quel videonoleggio ho affittato tutti i film che hanno formato il mio variegato background cinematografico, dai film muti polacchi alle commedie americane dementi, dagli horror visti a casa di amici per far passare il sabato sera ai film sperimentali consigliati dal professore di letterature comparate.
Mi ricordo all'improvviso di avere una chiavetta usb in borsa con delle foto da sviluppare. Me la porto dietro da mesi, ogni volta che me ne ricordo mi riprometto di portarla a un fotografo, e poi non lo faccio mai. Mi viene in mente che questo videonoleggio da qualche anno fa anche questo, cioè sviluppa foto: nel tentativo di diversificare i servizi e contrastare la crisi, il proprietario ha installato una di quelle macchine di ultima generazione che occupano lo spazio di un televisore e sviluppano foto in vari formati nel giro di un quarto d'ora.
Tiro fuori la chiavetta dalla borsa ed entro. Il proprietario, lo stesso di dieci anni fa, è lì. Non è cambiato per niente, anzi, sembra addirittura ringiovanito. Mi riconosce subito nonostante non mi veda da quasi cinque anni. Per uno che di mestiere fa il videonoleggiatore e che vedrà ogni giorno almeno centocinquanta facce diverse, devo dargliene atto, ha una bella memoria.
<<Ciao! Come stai?>> mi saluta.
<<Bene, grazie>> rispondo. <<Passavo di qua e...>>
Mi avvicino al bancone. Noto solo adesso che ha degli occhi molto belli, di un celeste metallico. Strano non averci mai fatto caso in tanti anni che sono venuta qui. Non so perché ma ho voglia di farci quattro chiacchiere. 
 <<E' un po' che non ti fai vedere>> mi dice, e il tono è quello di uno che ti ha salutato un paio di sere prima. <<Stai sempre qui a Ponsacco?>>
<<No, me ne sono andata cinque anni fa. Adesso abito a Pisa. Beh, insomma, da quelle parti>>
<<Ahahah! Anch'io abito a Pisa>>
Lo guardo con sorpresa. <<E tutti i giorni da Pisa vieni in questo buco di paese?>>
Ride di nuovo. <<D'altronde, lavoro qua>>
Mi guardo intorno. La mia prima impressione, cioè che niente fosse cambiato, era in effetti sbagliata. All'interno è cambiato tutto. Oltre ai film, adesso, ci sono bacheche con gadget fotografici di ogni tipo e scaffali pieni di buste di popcorn, patatine, snack e altri cibi degustabili davanti a un film. Sembra un po' un discount, e penso che alla fine la crisi ha fatto anche questo, ha tolto l'essenza ai mestieri.
<<Sono cambiate un po' di cose, vedo>> gli dico, <<vendi anche le patatine, adesso>>
<<Per forza. Con il solo noleggio di film è dura tirare avanti>>
<<Ma dai, che adesso hanno anche chiuso megavideo>>
Ride ancora. Mi piace la sua risata. <<Vero, adesso va un po' meglio. E comunque, fosse per me, farei volentieri a meno di vendere quella roba. Ho anche dovuto prendere la certificazione HACCP, 500 euro di corso per vendere patatine imbustate>>
Annuisco, conosco molto bene la fregatura in questione.
<<Senti, ho da sviluppare un po' di foto>> gli dico.
<<Benissimo. Lo facciamo subito. Dove ce le hai?>>
<<Su una chiavetta usb>> gliela porgo, lui la prende e la infila nel computer. Noto che ha un Windows.
Come se mi avesse letto nel pensiero, mi dice: <<Io non ne capisco un granché di computer>>
<<Ti vendo un Mac, se vuoi>>
Lui mi guarda. <<Vendi computer?>>
<<Lavoro in un negozio che fa anche questo, sì. E' a Pisa, in centro>>
<<Credo di aver capito di quale negozio stai parlando. Ci sono venuto a comprare delle casse, un po' di tempo fa>>
<<E' probabile>>
Sento la macchina sviluppa-foto che si mette in funzione.
<<Ma tu che studi hai fatto?>> mi domanda.
<<Ho una laurea magistrale in Lettere>> rispondo, con lo stesso tono con cui potrei dire: "ho dei fagioli magici che se li pianti crescono fino al cielo".
<<Che coincidenza! Anch'io sono laureato in Lettere>> mi dice.
Sono sinceramente sorpresa. Non avrei mai detto di poter trovare un laureato in Lettere al paesello. Mi sento come se avessi trovato della pirite rompendo un comunissimo sasso. <<Ma dai, davvero?>>
<<Sì. Ho provato a fare il redattore, per un po'. Ma non andava. Non andava per niente. Mi hanno mandato avanti per cinque anni con i contratti a progetto, poi alla fine me ne sono andato>>
Porco cane! Faccio un calcolo mentale: tutto questo succedeva probabilmente a inizio anni '90. A quel tempo Lettere era già una fabbrica di lavoratori disastrati. Perché nessuno mi aveva messo in guardia a metà del 2000, quando mi ero iscritta io?
<<Che ridi?>> mi domanda lui, sorridendo.
<<Nulla. Stavo pensando che questa conversazione avrei dovuto farla sei anni fa>>
<<Cioè?>>
<<Niente, niente. Ma dimmi un po', com'è che ti sei messo a fare il noleggiatore, poi?>>
<<Perché rende. O almeno, rendeva all'inizio. Stavo qua mattina, pomeriggio e sera. Stavo aperto a Natale, Pasqua e Capodanno. Così mi sono rifatto di quei cinque anni persi dietro ai contratti a progetto. Anche se in realtà la passione è rimasta>>
<<E adesso com'è che vendi l'attività? Ho visto il cartello fuori...>>
Lui sospira. <<Beh, mi sono fatto un discreto mazzo per più dieci anni. Adesso vorrei riprendere a fare il redattore. O almeno, insomma... provarci>>
Lo fisso. Come ha ragione. Anch'io vorrei tanto poter tornare a fare la redattrice, ma non glielo dico. Io non sono nemmeno a metà del mazzo che si è fatto lui per poter arrivare al punto di decidere di assecondare le passioni.
<<Belle queste foto>> mi dice, risvegliandomi dai miei pensieri.
Mi accorgo che sullo schermo del suo Windows ci sono le mie fotografie. Non mi ricordavo più nemmeno quali fossero. Qualche foto del mio compleanno dell'anno scorso, alcune di me durante la vacanza in Abruzzo, una del mio cane Toby, una a Porto Venere con il mio ragazzo.
<<Senti, non per farmi gli affari tuoi, ma tu non venivi sempre qui con un ragazzo, anni fa?>> mi domanda.
Voci e immagini di un'altra vita mi riaffiorano alla mente per un attimo. <<Sì, era il mio fidanzato. L'ho lasciato >>
<<Mi spiace>>
<<A me no. Forse non ti ricordi, ma venivamo qui da te quasi tutti i giorni. L'abbiamo fatto per quattro anni. Con tutto il rispetto per il tuo lavoro, ma quando ti accorgi che con il tuo ragazzo non fai altro che guardare film, magari è il caso che ti fai una domanda>>
Scoppia a ridere. <<Ah ah ah. Hai ragione. Hai fatto proprio bene!>>
Certo che ho fatto bene. Con l'addio a quel fidanzato adolescente ho lasciato anche il paesello. Ho lasciato la provincia e i suoi sentieri già battuti e ho iniziato a vivere. Se non fosse successo, se non mi fossi accorta che la vita non era nei film che guardavamo ogni sera, non mi sarebbe mai neanche venuto in mente di mettere il naso fuori dagli spazi che conoscevo.
Invece avevo scoperto che il mondo era molto più grande di quello che credevo e avevo iniziato a muovermi. Non senza lasciare delle vittime lungo il percorso, ovviamente: dal fidanzato che non si era più ripreso per anni alla suocera che era diventata diffidente nei confronti del genere femminile a mia madre che in fondo non me l'aveva mai perdonata.
Cento, mille altre volte rifarei la stessa cosa: non posso nemmeno pensare a come sarebbe stata la mia vita se fossi rimasta al paese.
<<Eccoci qua>> dice lui.
La macchina inizia a stampare le foto. Non sono molte, per cui non ci metterà molto a finire. Mi dò un'occhiata intorno. I film usciti recentemente sono tutti in fila sul bancone. Li scorro con lo sguardo, non mi viene voglia di vederne nessuno.
<<Che tristezza>> mi dice lui, <<di film esce veramente poco che valga la pena di essere visto>>
<<Già da un po', ormai. Non te la prendere, ma io ero veramente affezionata a megavideo. Almeno potevo leggere i commenti degli utenti, e se comunque un film non mi piaceva, almeno non rimpiangevo i soldi che ci avevo buttato>>
Lui ride. <<In effetti! Ecco, sono pronte le foto>>
La macchina si ferma.
Prende le mie foto fresche di stampa, le infila in una busta e me la chiude con l'adesivo. Me le porge. Sono 6 euro e 45.
<<Grazie>> gli dico.
Infilo le foto in borsa. Rimango ferma un attimo.
<<Senti, lascia che ti dica una cosa. Fai proprio bene. Cioè, intendo il discorso di tornare a fare il redattore. O almeno provarci>>
Lui mi guarda. E' uno sguardo molto rispettoso, il suo. <<Grazie. Lo credi davvero?>>
<<Sì. Vorrei tanto poter... oh, non fa niente. Nulla. In bocca al lupo. Per tutto>>
Mi sorride. <<Grazie ancora>>
<<E fai un pensierino sul Mac. Quel computer che usi sembra totalmente inaffidabile. Dammi retta. Te ne vendo uno a un prezzo speciale>>
<<Ahahah! Ci penserò>>
<<Ciao>>
<<A presto>>
Esco dal videonoleggio. E' tardi, devo andare a quella visita. Passo di nuovo davanti a quel cartello, "cedesi attività". Sorrido. Non c'è più il vuoto allo stomaco.

[...]




permalink | inviato da insolita il 20/4/2012 alle 11:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 aprile 2012
Dolendomi.

Chiedo scusa a tutte le persone che sto trascurando in questo periodo. Per le mail che non scrivo, le telefonate a cui non rispondo e le uscite che rimando.


Chiedo scusa anche a me per tutte le cose che avrei voglia di fare, per i videogiochi che avrei voglia di provare, i libri e i fumetti che avrei voglia di leggere e i racconti che vorrei scrivere. Sob.

 

Mai avuto una vita tanto piena come in questo momento.

 

Tornerò, promesso. E mi farò perdonare.

 

Vostra,

 

LinTa




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9 aprile 2012
Ci sei solo tu
luce in mezzo a questo delirio.






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6 aprile 2012
FERMI TUTTI!!!!!
Cacchio!!!

Senza accorgermene Insolita ha raggiunto le 100.000 visite! Anzi, le ha anche superate da un bel po'!!!

Accidenti, sono mesi che progetto una selezione dei post più belli dal 2006 ad oggi da proporvi per questo traguardo, ma ci siamo arrivati così in fretta che non ho fatto in tempo ad organizzarmi. Lo farò per le 150.000 visite, promesso!

Una media di 52 visite al giorno, gente. Grazie.
Vi voglio bene e siete tutti bellissimi. Grazie a chi segue Insolita fin dall'inizio (ormai non credo ci sia più nessuno),  a chi l'ha incontrato da un certo punto in poi e lo segue ancora, a chi l'ha letto solo per un breve periodo e poi ha smesso, a chi ce l'ha tra i preferiti, a chi mi segue da poco ma è già entrato nel pieno spirito di Insolita, a chi mi commenta (anche sotto anonimato!), a chi ogni tanto se ne ricorda e fa un salto a leggiucchiare gli ultimi aggiornamenti, a chi tiene un pupazzetto sul comodino vicino a letto (che è sempre importante).

Grazie!


Insolita


Sotto, alcune foto della blogger in vari momenti

           


          






permalink | inviato da insolita il 6/4/2012 alle 10:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
6 aprile 2012
di un tempo più felice

Brutto quando le parole di qualcuno a cui hai voluto molto bene non ti toccano più. Parole di riconciliazione, parole sincere, parole con il cuore. Ti arrivano al cervello e si fermano lì. Restano per un po', poi se ne vanno. E non lasciano niente.

Qualche volta penso che l'unica amicizia che possa essere duratura nel tempo per me, senza scadere nell'inerzia e nell'intimità plastica dovuta agli anni di frequentazione, sia quella di chi ha pazienza. Pazienza con me, pazienza di venirmi a ricercare quando sono mesi che io non lo faccio, pazienza di sopportare la mia occasionale freddezza. Ci sono periodi in cui non ho voglia di nessuno e sto bene sulla superficie dei rapporti, perché andare oltre mi metterebbe a disagio o mi annoierebbe. Ci sono periodi in cui non ho voglia nemmeno di una birra; periodi in cui mi irrita sentirmi chiedere cos'ho perché in realtà non ho niente, è solo che non ho voglia delle persone. C'è chi sa come prendermi, chi mi lascia stare per settimane e poi torna, trovandomi più vivace e affezionata che mai. Quelli sono gli amici che probabilmente mi porterò dietro tutta la vita.

C'è chi è cambiato dopo un mio cambiamento, chi prima elevava alla perfezione l'amicizia con me e poi ha lasciato cadere il tutto (di solito succede quando ti fidanzi). C'è chi non fa distinzione tra un'amicizia e l'altra, chi dedica a tutti la stessa attenzione e le stesse premure, vanno tutte bene, meglio se sono persone single. C'è chi, semplicemente, smette di saper ascoltare.

E poi, quando ritenti di parlare con queste persone in modo più profondo, ti accorgi che le loro parole ti arrivano a livello cerebrale ma non nelle viscere, e allora pensi che da quel momento in poi è inutile cercare di andare oltre la superficie, perché sai già che sotto c'è poco e niente. Rimarrai col ricordo di un tempo più felice, sapendo che non è detto che le cose non possano cambiare ancora. Non rimane che aspettare.




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3 aprile 2012
Deliri da overdose di parrucchiera. Aehm.
Oh, il colore dei capelli! Oh, il colore degli occhi! Il viso! Le labbra!
Ah, le riviste di pettegolezzi! Non so perché non sapessi che il vestito di Milla Jovovich alla sfilata degli Oscar ha totalizzato il maggior punteggio dato da Novella 2000, né perché Corona viene elogiato per essere entrato in una comunità cristiana per evitare il carcere, non so perché non sapessi che Giorgia e Vaporidis (machicazzosono?) stessero insieme, ma ora che lo so, la mia mente si è aperta in due. Io sono spaccata!

Oh, il viso! Oh, il seno! Oh, quel sedere insospettabile!
Guarda le mani, guardale il viso, sembra venuta dal paradiso!

Chiedo dunque il perdono del mondo, per il mio errore di valutazione, per la mia presunzione. La farfalla di Belen e tre giorni di sospensione alla ragazza sorpresa a fare sesso a scuola con il compagno di classe che invece è stato sospeso solo per un giorno e il dibattito su cosa sia più importante per una donna, se l'immagine o il cervello con Geppi Cucciari a rappresentare la donna col cervello.

Ho capito!

L’imperativo adesso è vagina, vagina, vagina.
Oh Grande Vagina, riaccoglimi tra le tue figlie, perdonami la scappatella con l'Ideale, fammi diventare una principessa, lisciami i capelli e rendi misterioso il mio sguardo e curami le unghie e rendimi bellissima e fammi desiderare di essere bellissima

Make me beautiful
Make me
Perfect soul
Perfect mind
Perfect face
A perfect life


Smalto viola e sandali dorati, pochette e scarpe, phard e lip gloss, piastra e cheratina, e poi cinture e accessori, solo 300 euro per questo brillante, cosa c’è di più desiderabile al mondo! E questo va tanto di moda, potresti metterci una sciarpa bianca, ti donerebbe, sai? Certo tu hai proprio il fisico magro magro, dovresti andare al negozio in fondo, veste le donne dalla 40 in giù. Ma come ti dona il biondo, tu hai una base già chiara di tuo per cui è facile, ti viene fuori un colore stupendo, stai bene, sei carina

carinacarinacarinacarinacarinacarina

carina io e mostri voi!
carina io e mostri voi!
carina io e mostri voi!

Oh, ma sarò felice, sarò felice io con il rossetto giusto e gli stivali e le ossa sporgenti, sarò felice di essere un modello ideale, sarò felice di vomitare i broccoli del pranzo

felice felice felice con la prorompenza di un tampax gigante scagliato dritto dentro al sole

felice felice felice, con l’abito giusto scelto da voi per me e la borsa piena di vuoto e vita vera e ricoperta di crema corpo sarò più felice che ricoperta di sperma, a trent’anni il botulino iniettato dritto in mezzo agli occhi e poi magari anche il bisturi e poi non baciarmi perché mi rovini il trucco, e poi non ho voglia di fare sesso perché mi sono appena fatta la doccia, non puoi aspettare domani sera?

Poi poi poi poi

butterò via tutto quello che sono e mi ricostruirò da capo

se solo non fosse così doloroso, che male le unghie finte quando si staccano e portano via pezzi dell'unghia vera
che male l'ago che mi entra nel gluteo
che male la ceretta sotto le ascelle
che noia il film d'amore
la canzone pop romantica
la trasmissione TV di moda
la chiacchiera
la vacuità
ma sopporterò! Sopporterò!

Oh, io sono carina!
Mostri voi!
Oh, io sono spaccata!
Oh, io non sono mai tutta, mai tutta
io appartengo all'essere e non lo so dire, non lo so dire
io appartengo e non lo so dire, non lo so dire
io sono senza aggettivi, io sono senza predicati
io non ho parole mutevoli
io non ho abbastanza parole
io non ho parole che svelino
io non ho mai parole abbastanza
ho solo parole serie, ho solo parole di mercato
ho solo parole fallimentari, ho solo parole deludenti
ho solo parole che mi deludono
sempre sempre mi deludono, sempre mi mancano
oh! Solitudine a cui parlo!
oh! Essere! Oh! Esserci!
oh! Intelligenza dei sentimenti!
oh! Vita...!







permalink | inviato da insolita il 3/4/2012 alle 11:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
2 aprile 2012
Ispirata, forse, magari, chissà
Posto qui un raccontino scritto ieri, ispirato da un sogno che ho fatto l'altra notte. Mi son detta di provare a convertirlo in una storiella, e questo è il risultato. E' tutto un po' melanconico e drammatico, come nel mio stile (ma anche no), per cui non mi convince un granché. Sentitevi liberi di commentare e di dire la vostra. E, come al solito, dategli un titolo. Buona lettura!


<<Madama Elazor, Madama Elazor.>>
<<Che c’è?>>
<<Siete pronta?>>
<<Lo sono>>
<<I cavalieri usciranno tra poco, sono già tutti giù in piazza. Affrettatevi, o farete tardi>>
<<Arrivo. Ecco, sto prendendo il mantello>>
<<Non ce n’è bisogno. Fuori fa caldo, la primavera è arrivata prima>>
<<Lo porto lo stesso. Eccomi, Meila, andiamo>>
La signora e la serva escono in strada, dalla piazza poco più sotto arrivano i rumori della folla trepidante e degli accordi dei musicanti.
<<Quale impresa, stavolta?>> domanda la signora.
<<Vanno a uccidere il drago che sta distruggendo i campi dei contadini su a nord. Il re manda i suoi migliori cavalieri>>
A sentir parlare di cavalieri, la signora sente un mormorio sordo dalle parti del petto. Giunge inaspettato, come sempre, ma lei lo accoglie come un vecchio amico. L’ha provato molte altre volte nel corso dell’ultimo anno e sa come tenerlo a bada. Almeno per il momento. Ora ha solo bisogno di un nome.
<<E chi sono i prescelti, Meila?>>
<<Ser Guidobaldo, Ser Feltro e Ser Neccio. Ah, e naturalmente Ser Axel>>
La signora Elazor ha un sussulto al cuore, ma lo nasconde bene. Ha imparato da tempo a farlo. Meila non può sentire il ronzio che ha nelle orecchie, né il tremito alle braccia che le provoca sentir nominare Ser Axel. Quello, sì, era quello il nome che stava aspettando di sentire.
<<Quanto tempo staranno via?>> dice, con voce ferma.
<<Non ci metteranno più di una settimana, mia signora. Saranno di ritorno giusto in tempo per la festa di primavera.>>
Elazor annuisce solenne. Non ha difficoltà a nascondere il turbamento, anche se nel suo cuore c’è subbuglio. Sono trucchi che ha imparato dall’infanzia e che la fanno guardare dagli altri uomini come la donna più fiera e fredda della capitale. Non ha mai mostrato la fragilità tipica delle donne: il dolore è un misero prezzo da pagare, in confronto.
La signora e la serva arrivano in piazza. C’è tutta la città ad assistere alla partenza dei cavalieri dalla capitale. Una volta varcate le mura, cavalcheranno per un intero giorno lungo la Valle delle Coniglie e poi risaliranno il fiume Lucciola fino ai campi del nord.
La piazza è un tripudio di colori. Le donne sfoggiano i loro migliori vestiti, gli uomini i loro mantelli più belli e i pantaloni più colorati. Perfino i servi si sono adornati alla bell’e meglio con un fiore all’occhiello, uno straccio colorato o un cappello vecchio.
<<Mettiamoci là, mia signora>> dice Meila, indicando un posto miracolosamente poco affollato fra gli spalti messi fuori per l’occasione. <<Chiederemo a Sir Kith di farci posto>>
Sir Kith siede mollemente sulla tribuna di legno, in compagnia della moglie. Pare che i due non vadano molto d’accordo, così lui si mostra ben lieto di far posto a Elazor e la sua serva.
<<Venite pure, signora mia>> la invita, con un sorriso fin troppo raggiante. La moglie si volta appena a guardarla, poi torna a fissare la piazza con espressione vacua. <<C’è posto per tutti, qui. Ci fa un gran piacere avervi vicina!>>
<<Troppo buono, Sir>> risponde senza sbilanci d’entusiasmo Elazor.
Elazor e Meila si siedono. I trombettieri alzano le trombe. Il momento è vicino.
Gli occhi di tutto il popolo sono fissi sulle porte del castello, da dove usciranno i cavalieri, futuri eroi del drago.
Il silenzio scende sincronicamente fra la folla. L’emozione sale, qualche bambino agli angoli della piazza grida ma viene zittito dai genitori.
Elazor si stringe nel mantello color porpora, malgrado il caldo sia pressoché soffocante.
<<Vi sentite bene, mia signora?>> le chiede Meila.
<<Sto benissimo>> risponde Elazor. Axel. Axel sta per uscire. Vedrò Axel.
La folla ormai è divorata dall’impazienza. C’è solo un attimo di sospensione perfetta, l’attimo immediatamente precedente alla fessura che finalmente si apre fra le porte del castello, in cui tutti i fiati sono sospesi, tutti i cuori palpitano, e l’aria intorno è solo un velo che aspetta di essere scagliato in cielo dal vento del tripudio.  
Poi rumore di zoccoli di cavalli, le porte del castello che si spalancano e i quattro eroi che trottano verso la folla. I corpi del popolo premono contro le protezioni di legno disposte intorno al percorso lasciato sgombro per permettere ai cavalieri di passare.
Poi, la folla esplode. Il grido di gioia che saluta i quattro uomini a cavallo penetra a fondo nelle orecchie di Elazor e la rende euforica.
I cavalieri raggiungono il centro della piazza e salutano il popolo. Hanno la visiera dell’elmo alzata, affinché la gente possa conoscere i volti dei propri paladini.
Fiori lanciati dalle donne raggiungono gli zoccoli dei cavalli. I cavalieri salutano con la mano ma mantengono un’espressione composta.  
Elazor riconosce subito Axel. E’ il più fiero e il più bello di tutti. Ha già abbattuto due draghi prima di questo che sta andando ad uccidere; il primo quando ancora non aveva diciott’anni.
Si sente morire al solo vederlo, mentre saluta distrattamente il popolo, già con la mente proiettata nella sua missione. Vorrebbe poterlo adorare come un dio, stringerlo come fosse il suo signore, tenerlo con sé come una reliquia sacra. Venerarlo e vezzeggiarlo e tenerlo nascosto come una devota, e al tempo stesso lasciarlo correre libero per valli e montagne, per la sola gioia di vederlo tornare da lei la sera. Perché lei non gli farebbe mai mancare un motivo per tornare.  
Oh dei, so che questo sogno non si realizzerà mai, ma datemelo solo un giorno, datemelo questo giorno. E poi potrete prendervi la mia vita e farne quello che volete, potrete divertirvi con me, rendermi pazza, farmi disperare e desiderare di non essere mai nata o annullarmi o quello che volete voi. Ma datemelo, datemelo questo giorno… anche se fosse il mio ultimo.
Uno squarcio fra la folla e un passo delicato di colomba. C’è una ragazza che s’è staccata dalla ressa e che avanza tranquilla verso i quattro a cavallo. Elazor la nota solo su richiamo di Meila. Ha lunghi capelli scuri e un abito bianco.
Non riesce a vederla bene dagli spalti, ma capisce che è giovane: ha la sicurezza di chi sa di poter passare e l’avventatezza di chi non teme rifiuti.
Non ha realmente il tempo di chiedersi cosa stia facendo questa ragazza che quietamente si lascia alle spalle la folla e raggiunge i paladini al centro della piazza. Fa appena in tempo a vedere che Ser Axel (proprio lui, proprio Axel) all’improvviso smonta da cavallo e stringe la ragazza tra le braccia.
Elazor resta incredula. Lo sta veramente vedendo, o è un inganno crudele dei suoi occhi?
La voce di Sir Kith le giunge da lontano. <<Dev’essere Lady Aricia, la promessa sposa di Axel. Beh, finalmente la vediamo!>>
Elazor ancora non comprende, ma nel profondo del cuore sa che le restano solo pochi attimi prima che la sua mente si liberi della patina che la separa dalla verità.
Axel sta ancora stringendo la ragazza in mezzo alla folla, che intanto, vedendo mutarsi una scena solenne in una scena d’amore, ha raddoppiato l’esultanza.
Axel è un paladino della giustizia, un valoroso votato al dovere e al coraggio. Eppure, non ha esitato un istante a mostrare il suo lato debole, quello più tenero e umano, davanti a tutto il popolo. Ed è stata quella ragazza. E’ stata lei.
Elazor si sente mancare. Vorrebbe urlare, ma sa di doversi controllare, di dover resistere. Divenire isterica davanti a tutti, così. No, non può farlo. Si dice di calmarsi, invoca disperatamente quella fermezza che sa di possedere.
<<Signora, siete sicura di star bene?>> Meila stavolta è davvero preoccupata. L’ha vista sbiancare di colpo e traballare.
<<Sto bene>>
<<Forse dovremmo scendere, signora. Il caldo e la confusione vi stanno dando fastidio. Allontaniamoci un po’, così potrete riprendere fiato. Il meglio l’abbiamo visto>>
<<Sto bene, sciocca>> ripete seccamente Elazor. <<Non farmelo ripetere>>
Axel e la ragazza si sono sciolti dall’abbraccio. Da dove si trovano Elazor e Meila non è ben chiaro se si siano baciati o meno, ma un tumulto improvviso della folla più in basso sembrerebbe suggerirlo.
Poi Axel rimonta a cavallo, abbassa la visiera dell’elmo (e così fanno gli altri cavalieri), poi i quattro danno di sprone e partono a cavallo verso il cancello che conduce fuori dalla città.
La ragazza resta per un attimo a guardarli mentre si allontanano, poi viene inghiottita dalla folla. Elazor vede la sua capigliatura scura confondersi fra cento altre chiome, e la perde di vista.
Chi è lei? Da dove arriva? Perché è dovuta esistere, perché ha dovuto insinuarsi laddove lei non è riuscita, arrivare dove lei non è arrivata? Perché gli dei hanno voluto questo?
<<State bene, signora?>> l’ennesima esternazione di preoccupazione sulla sua salute stavolta arriva da Sir Kith. Perfino la sua apatica moglie si è voltata, e adesso la fissa con occhi incuriositi.
<<No, in effetti no>> è costretta ad ammettere. <<Ho male alla testa. Devo scendere da qui e allontanarmi un po’ dalla calca>>
<<Andiamo, mia signora>> la mano di Meila le cinge sicura il braccio e la conduce via.
Elazor trema così tanto che ha paura di cadere. Finire a faccia in giù nel fango o sui calzoni di un qualche signorotto. Chissà come sarebbe. Magari potrebbe giustificare lo svenimento dicendo di essere incinta. Sarebbe normale, alla sua età.
<<A che serve la vita, se non a finire in una storia da raccontare>> sente dire a un matto, poco lontano. <<Niente sono e niente sento, se poi non ho un racconto per voi, che mi date due soldi per un tozzo di pane da mangiare>>
La folla inizia a diradarsi. Trovare uno spazio della piazza sgombro da persone non è facile, ma Meila ci riesce. Spinge la sua signora verso un emporio, e la fa appoggiare al muro.
Oh dei, perché avete voluto così?
<<Non temete, signora>> dice Meila, <<E’ colpa del caldo. Respirate a fondo, e vedrete che vi passerà>>
Elazor solleva gli occhi verso la serva. Mai più il sogno, mai più preghiere. Nessun dio da adorare, nessuna reliquia da stringere. Nessun signore da lasciare libero. Si è illusa di poter essere felice; adesso conosce la verità. La conosce, e ne è trafitta.
<<Grazie, Meila>>
E, all’improvviso, per la prima dacché è bambina e ha imparato la temperanza che l’ha accompagnata fino a lì quel giorno, piange. Dapprima è un pianto silenzioso, solo due gocce che scendono sulle guance, quasi a chiedere il permesso di uscire. Poi un’esplosione dolorosa di singhiozzi, di lamenti e sospiri e vergogna pungente come aghi.
La serva è sconvolta a vedere la sua signora piangere in quel modo, lei che non l’ha mai vista versare una lacrima nemmeno sulla tomba dei suoi genitori. Per diversi attimi non sa come comportarsi.
<<E’ tutto a posto, signora>> riesce a dire, <<passerà presto>>
Elazor non risponde. Riesce solo a pensare al dolore e alla vergogna del non riuscire a smettere di versare lacrime. Niente sarà più come prima, sa di essere condannata al dolore e all’infelicità. La spaventa l’instabilità dell’umore, l’incertezza delle reazioni, ciò che per anni ha combattuto e represso in favore di un carattere fermo e austero. Quello adesso non c’è più, ha dovuto cedere all’emotività, al suo essere debole, a quella parte dell’animo umano che non si controlla e non si riesce a estirpare da sé. A quello deve sottomettersi, con quello deve confrontarsi.
<<Oh, Meila>> dice, infine. <<Io amo>>
Sa di aver appena compiuto il primo passo verso un baratro che presto o tardi la inghiottirà.




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24 marzo 2012
Ma anche no
E' la frase di stasera.

Semplice. Banale. Risolutiva.

Seriamente.

Ma anche no, eh?





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22 marzo 2012
Greene, oh yes.

“Due giorni fa ho provato una tale sensazione di pace di tranquillità e d’amore. La vita sarebbe tornata ad essere felice, ma la notte scorsa ho sognato che stavo salendo una lunga scalinata per incontrare Maurice in cima. Ero tuttavia felice perché quando fossi arrivata in cima alla scala avremmo fatto all’amore. Gli gridai che stavo per giungere, ma non fu la voce di Maurice a rispondermi: fu quella di un estraneo che ululava come uno di quei corni da nebbia che avvertono le navi smarrite, e mi ha messo paura. Pensai: ha affittato l’appartamento e se n’è andato e non so dove sia, e ridiscendendo la scalinata l’acqua mi salì fin sopra la vita e l’entratura era fitta di nebbia. Poi mi sono svegliata. Non sono più in pace. Lo voglio come lo volevo nei giorni andati. Voglio mangiare quei panini con lui. Bere con lui nel bar. Sono stanca e non voglio più soffrire. Voglio Maurice. Voglio il comune corrotto amore umano. Buon Dio, Tu sai che voglio volere la Tua sofferenza, ma non la voglio ora. Allontanamela per un poco e dammela un’altra volta.”


 

“<<Siete in grado di liquidare così anche l’amore?>> chiesi io. <<Ma sì>> disse lui. <<Desiderio di possesso in alcuni, analogo all’avarizia; in altri desiderio di sottomettersi, perdere il senso della responsabilità; passione di essere ammirati. A volte puro desiderio di potersi confidare, sfogarsi con qualcuno che non si mostrerà seccato. Desiderio di trovare un padre o una madre. E, naturalmente, sotto tutto ciò, il motivo biologico>>. Trovai che tutto ciò era vero, ma non vi era qualcosa al disopra? Ho scavato tutto ciò in me stessa, e anche in Maurice, ma ancora la vanga non ha toccato roccia.”

 

(Graham Greene, La fine dell’avventura)




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20 marzo 2012
Di coni gelato e di pace col mondo.

Vi ho mai parlato dell’effetto che mi fa vedere le persone che mangiano il gelato?

Potrei descrivervelo come il momento in cui lo Yeti, sguainate zanne e mandibole foderate di denti aguzzi, gettandosi nella direzione da cui ha sentito provenire rumori sospetti si arresta di colpo davanti agli occhioni lucidi e fiduciosi di un gattino smarrito nella neve e si strugge di tenerezza.

E’ il momento (topico) in cui il mio odio sfrenato per l’umanità fa un capitombolo all’indietro e il cuore mi si stringe in una morsa di doloroso affetto per il prossimo. C’è un nome per questa sindrome?

Non importa che siano vecchi o bambini. Possono pure (ossignore!) essere adolescenti pidocchiosi con il cervello annegato nell’ormone e dieci centimetri di mutande fuori dai pantaloni. Possono essere politici, militari, calciatori, palestrati, drogati, pisani, leghisti. E’ inutile, davanti a una persona che lecca un cono gelato, ripetendo inconsapevolmente gli stessi gesti dell’infanzia (visto che l’atto di mangiare un gelato non è un’arte che migliora sensibilmente nel tempo), abbandonandosi per qualche minuto alla dolcezza di un gesto innocente, vado immancabilmente in brodo di giuggiole.

E’ il mio momento di tregua dall’odio per il mondo, la filastrocca infantile “accidenti diavoletto che ci hai fatto litigare pace pace pace pace” che arriva fra me e quello che comunemente identifico come “ciò che mi circonda e che farei volentieri a meno di avere intorno”.

 

Che, fortunatamente, dura solo pochi attimi. Ma suppongo sia importante che ci sia.

 

Vostra,

 

LinTa









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18 marzo 2012
Avrei bisogno di una birra.

Avrei bisogno anche che mio padre mi parlasse e mi ascoltasse e mi vedesse, invece di fare le seguenti cose sempre e solo col cane.


:/




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18 marzo 2012
Questo libro che ho tra le dita

Sollevo lo sguardo dal mio libro, le parole di Greene mi scompaiono da sotto gli occhi.

E’ stato un fulmine ad attirare la mia attenzione, vado alla finestra e guardo se ha iniziato a piovere. Non ancora, ma lo farà presto. E’ tragica l’ironia con cui ricorre il fenomeno dei grumi di nuvole in cielo nel fine settimana.

Torno a sedermi sul divano, dove ho lasciato libro e coperta. Un segnale acustico del telefono mi avverte che mi è arrivata una mail.
E’ un amico che entusiasta mi avverte che su Italia Uno danno un Batman di Tim Burton, quello con Cat Woman e Pinguino. Mi sfugge un’espressione di fastidio: non posso vederlo perché da anni non faccio uso della TV, l’apparecchio giace inutilizzato e privo di segnale in casa mia da tempo immemore. Nonostante sia un film che conosco a memoria, un po’ come tutta la filmografia di Tim Burton, per un attimo l’idea di abbandonarmi alla visione di un film alla televisione mi alletta.

Quand’ero piccola succedeva spesso che restassi sul divano davanti alla TV per ore, a vedere semplicemente quello che veniva trasmesso. Non c’era una mia scelta dietro quello che vedevo, le immagini e i suoni che mi attraversavano il cervello erano state selezionate da qualcun altro secondo esigenze dettate da fasce orarie e presunti standard di pubblico. Assaporavo la sicurezza della passività, la dolcezza dell’affidarsi ad altri. Non dovevo pensare per forza a tutto quello che facevo, la spensieratezza non aveva ancora assunto i contorni dell’irresponsabilità, e questo, mio malgrado, è diventato uno degli aspetti più nostalgici della mia infanzia.

Torno con la mente al soggiorno della casa dei miei genitori. La pesante televisione da 24 pollici, ora sostituita da uno schermo supersottile da 40. L’arredamento in stile borghese, con aree della stanza tirate a lucido e rigorosamente inutilizzate. Le vecchie foto incorniciate, il lampadario con pendenti di vetro. Toby sulla poltrona che dorme, una palpebra gli tremula. Il divano in pelle e il tavolino vicino all’entrata pieno di chiavi e scartoffie, con la lettera di zio Oliviero arrivata dall’Australia qualche mese fa. “Lo so che sei bella”, ha scritto a mia madre, “me lo hanno detto tutti. Tua cugina Elisabetta è sempre stata gelosa di te. Non dirle che te l’ho scritto”.

Di mia madre i parenti dicevano che era bella, di me dicono che sono graziosa. Carina. Con gli anni e la ricorrenza, questo tipo di commento mi è diventato sgradito. M’incatena alla figlia che sono e sarò sempre. Io non sarò mai madre.

Immagini sfinite e l’alone di antiche favole nella mente, quelle dove l’amore dura per sempre. E’ ben diverso dalla realtà che ho imparato a conoscere. L’amore è diverso tutti i giorni, tutte le ore. Esattamente come l’animo umano.

Riprendo il mio libro e cerco di rimettermi a leggere. Scorro solo poche righe, poi m’interrompo di nuovo. Il brutto tempo, in coincidenza con l’arrivo della primavera, mi fa pensare che avrei voglia di andare al mare.

Inspiegabile, a dire il vero: a me il mare, il mare ora, neanche piace. Invece amo il mare di una volta, quello senza code interminabili sulle strade, senza il cerchio alla testa per la troppa esposizione al sole, senza numeri sulle creme di protezione, senza preoccupazione per i centimetri di pelle di troppo, per i nei e per le sfumature di colore. E’ mai esistito un mare del genere, nella mia vita? Eppure c’è stato, me lo ricordo. C’erano anche scogli e ricci di mare e pesci e senso dell’avventura, quello che ora non c’è più.

E’ stato da quando è scomparso quel senso, che si è fatta strada la preoccupazione di far passare il tempo? Quanto tempo ho ancora a disposizione in questo mondo? Un mese, un anno, dieci anni, cento? E come lo farò passare, tutto questo tempo? Nossignore, non sono fra quelli che si attaccano strenuamente alla vita per poi vederla scorrere in una serie infinita di giorni identici. Cosa c’è da vedere nel mondo? Cosa c’è da fare, chi c’è da conoscere? Cosa c’è da salvare?
Questo libro che ho tra le dita me lo sa dire? No.

E nemmeno il vecchio soggiorno dei miei genitori, e nemmeno quel televisore (spento o acceso), e nemmeno le voci del passato e i ricordi e lo scrivere.

Quello che c’è di bello al mondo, devo ancora scoprirlo.



[continua]

 

 



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13 marzo 2012
Des méandres au creux des reins

Scopro ogni giorno la paura di perdere le persone che amo senza essermele godute appieno. Senza aver fatto con loro tutto quello che vorrei fare, senza avergli detto tutto quello che mi riprometto di dirgli e tutti i luoghi che vorrei mostrargli.

Una paura che da anni mi coglie improvvisa durante la giornata e mi ammazza un po’ ogni volta. E’ frustrante lo scarto tra quello che vorrei fare o dire e quello che in realtà faccio. E’ frustrante e nemmeno le buone intenzioni, la buona volontà e l’immaginazione possono curarlo. C’è che ogni mattina afferro la parte più tenera della mia anima e mi dico di tenerla stretta, di cullarla, di ascoltarla e fare ciò che dice. Ma poi arriva la vita e sovrascrive ogni pensiero, ogni parola, ogni dettaglio scaturito da quella parte sensibile, per farmi tornare ad essere quel simulacro di persona (quella attiva, lanciata nella vita, divorata dalla routine e dall’assunto puramente teorico di non potersi fermare in ogni caso) che ci ho costruito intorno, e che tragicamente, per abitudine o per difesa o per inerzia, ha il sapore dell’autenticità.

 

Eppure.


 

…siamo io e mio padre in mezzo ai boschi. Ci facciamo una passeggiata e parliamo del più e del meno, lui mi insegna quello che sa sulle piante e sugli animali, io lo ascolto e mi ripeto che devo resistere alla tentazione di parlare sempre e solo di me. Vorrei chiedergli e chiedergli e chiedergli, imparare ogni cosa che sa, domandargli dei miei nonni e delle sue sorelle e dei suoi fratelli e sapere tutto della mia discendenza, da dove provengo, com’erano coloro che mi hanno preceduto e che hanno versato il loro sangue in me. Gente aristocratica, gente semplice, gente ignorante ma di buon cuore? Coraggiosi, vigliacchi, volenterosi, scaltri, caparbi?

 

…siamo io e mia madre in una grande città, io le faccio fare un giro in centro e le compro dei regali in un mercatino dell’antiquariato. Le parlo di me e meravigliosamente riesco a farmi capire, a spiegare chi sono e perché, a esprimerle la strana evoluzione di questa sua figlia che è stata la più amata e vezzeggiata di casa, che prometteva grandi cose e alla fine non ha fatto niente, se non un cammino tranquillo.

 

…siamo io e mia sorella in una strada di campagna, i suoi cani scorrazzano una decina di metri avanti a noi. Parliamo e ci raccontiamo segreti, come sempre. Lei fa discorsi lunghi e allegri, io i miei soliti brevi commenti, rettificanti, assertivi o sarcastici. Da quando ho smesso di avere cose da dire e ho iniziato ad avere solo commenti da fare? Non mi ricordo, ma c’è lei che parla e mi ricorda che la vita può essere leggera senza essere superficiale.

 


Ho paura di perdere le persone che amo senza aver detto loro quanto le amo.

Ho paura di non saper godere del tempo.

Ho paura di aver rimandato il tuffo troppo a lungo e che adesso la marea non torni più.

So che tutto questo più avanti brucerà.

So di non poter fermare il flusso.


Vorrei solo saper almeno provare.

 

 


Je n'ai pas peur de la route
Faudrait voir, faut qu'on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien là…

 




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10 marzo 2012
In apnea
e affamata di musica come non mai. Non vedo l’ora di rimettere play a tutti i progetti che affollano la mia testa.
Mi piacerebbe tanto ricominciare a scrivere, ma sono mesi che il pozzo è prosciugato, ahimé. Un sacco di frasi in testa, dialoghi fatti e formati che restano nell'etere e la sensazione di avere un sacco di cose da dire. Qualche volta anche qualche buona idea.
Ma non esce niente. E' pur vero che con alcune persone i pensieri mi escono meglio che con altre, ed è già qualcosa. Ma la questione è tutta lì. E' infilare l'amore tra le parole, è rivelare l'essenza del vino rosso, delle onde del mare, delle dita tra i capelli, di un cielo stellato. E' il block notes che non mi porto mai dietro perché penso di potermi ricordare tutto. E' tutto quello che non riesco a dire perché mi sembra che non lo saprei direi bene.






Con le mani in mano,

LinTa



permalink | inviato da insolita il 10/3/2012 alle 12:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
5 marzo 2012
Stamattina mi sono svegliata e avevo una voglia disperata di Thomas Mann.

Tanto per leggere qualcosa di illuminante, una volta tanto. Ne ho fatto indigestione stamattina, in sala d’aspetto dal dottore.

 

Si dedicò unicamente alla potenza che gli appariva come la più sublime sulla terra, quella al cui servizio si sentiva chiamato e che gli prometteva altezze e onori: la potenza dello spirito e della parola, sorridente in trono sopra il mondo muto e inconsapevole. A lei si diede con foga giovanile; ed essa ne lo compensò con tutto cio ch’è in suo potere di concedere, e gli prese spietata tutto ciò ch’è suo costume di esigere in cambio. Acuì il suo sguardo, gli rese trasparenti le grandi parole che gonfiano il petto degli uomini, gli dischiuse l’anima degli uomini e la propria, lo fece chiaroveggente e gli mostrò l’essenza intima del mondo e tutto, tutto quello che sta dietro le parole e le azioni. Ma che cosa egli vide? Comicità e miseria: nient’altro che comicità e miseria.

 

Seguì la via che doveva seguire, con passo un po’ pigro e ineguale, fischiettando e guardando lontano innanzi a sé col capo reclinato da un lato; e se gli accadeva di sbagliar strada, ciò era perché per alcuni uomini non esiste una strada giusta. A chi gli chiedeva che cosa intendesse fare nel mondo, dava risposte contraddittorie, perché, come soleva dire (ed anche questo l’aveva già annotato), egli portava in sé la possibilità per mille modi di esistenza, insieme alla segreta consapevolezza che, in fondo, si trattava di altrettante impossibilità.

 

 

L’esperienza gli diceva che quello era amore. Ma sebbene fosse perfettamente consapevole che l’amore gli avrebbe recato molta pena, tormento e umiliazione, che avrebbe turbato la sua pace e riempito il suo cuore di melodie, senza permettergli la quiete necessaria a definire una forma, a trarne con calma qualcosa di compiuto; nonostante ciò egli l’accolse con gioia, vi si abbandonò completamente e lo coltivò con tutte le forze dell’animo, poiché sapeva ch’esso arricchisce e vivifica, e aspirava a quella ricchezza e a quella vita più che a esprimere con calma qualcosa di compiuto…

 

[…]poiché l’uomo ama l’uomo e lo onora finché non è in grado di giudicarlo; e dall’incompleto conoscersi nasce il desiderio.

 

E’ bene, senza dubbio, che il mondo conosca solo l’opera insigne e non anche le sue origini, le condizioni in cui è nata; giacché la conoscenza delle fonti donde l’ispirazione fluisce all’artista, sarebbe non di rado cagione di sgomento e di orrore, sì da cancellare l’influsso benefico della grandezza.

 

Riposare nella perfezione è l’anelito di chi si affatica verso l’eccelso, e non è forse anche il nulla una forma di perfezione?



[a seguire, la lettura al di fuori della sala d'aspetto]




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4 marzo 2012
Odio le domeniche col sole,

perché tanto non sono mai sincronizzate con me.

Stamattina mi sono svegliata pesta come non mi succedeva da almeno una decina d’anni, e senza nemmeno aver bevuto una goccia d’alcool.

La vitamina C è la tua migliore amica. Io sono il sistema immunitario fuori garanzia di Linda. No no, ma prego, fai pure. Sarà stata colpa di chi mi disse: “Eh, poi dopo i 25 anni vedi come comincia il declinio fisico”?

Quindi voglio dire, checcavolo mi serve una domenica col sole quando sono a letto a considerare i molteplici livelli di troiaggine e di maialaggine di svariati nomi di sante e santi. E per giunta con del lavoro da fare, ma quello ho deciso che faccio la signora e mi faccio attendere un po’ con la consegna, stavolta.

 

Ti svegli la mattina  improvvisamente invecchiata di vent’anni e vedi tutto al rallenty e la sola idea di dover uscire dal letto ti fa incazzare.

 

Ti svegli la mattina con la testa che sembra fitta di aghi e quelli che sembrano i postumi di una sbronza bella grossa, e ti maledici perché  invece non è così, non è neanche lontanamente così.

 

Ti svegli in Piazza Santa Caterina e tutto il mondo è diventato un insieme di chiazze sfocate che si muovono. Finalmente! Dici. E’ come in Aracoeli, ho messo un filtro tra me e il mondo, quando non lo voglio intorno semplicemente evito di metterlo a fuoco. Poi ti accorgi che stai solo guardando le cose con l’occhio che ha la congiuntivite.

 

Ti svegli a Lucca e il tuo ex capo ti chiede se hai voglia di tenere un corso organizzato dall’AIE per spiegare l’xml e l’epub agli editori più importanti d’Italia. E tu ti accorgi che la cosa non ti eccita nemmeno un briciolo di quello che avresti pensato.

 

Ti svegli a Pisa e ricevi una telefonata di tua madre che ti parla di graduatorie di terza fascia, snocciola numeri tipo 295esima su 2215. Poi ti richiama subito dopo per dirti che bisogna fare ricorso perché avresti dovuto essere molto più su.

 

Ti svegli la domenica e ti trascini a casa perché stasera si festeggia il compleanno di tua madre. Ti senti più vecchia di svariati anni e ti senti svuotata (probabilmente per effetto di tutte le medicine che hai preso negli ultimi giorni perché ti tenessero in piedi) e ti viene da pensare che non stai facendo niente di quello che vorresti fare nella vita ma che alla fine non ha importanza: in fin dei conti, per vivere felice, l’uomo deve conoscere di quando in quando momenti di vuoto perfetto.

 

Ti svegli nel letto della tua adolescenza e pensi che una dichiarazione d’amore è sempre un puro atto d’egoismo, perché costringe chi la riceve ad assumere una posizione, a formulare un pensiero e ad elaborare una risposta.

 

E ora, con l'aiuto del sole, collasserò. Olè.

 

Vostra,

 

LinTa




permalink | inviato da insolita il 4/3/2012 alle 12:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
29 febbraio 2012
Uhm, sì, okay, ma che sto facendo?

Insieme a Firefox stamattina si è crashato anche l’incanto.

Suppongo che si sarebbe dovuto considerare che la mia era un posizione leggermente diversa.

Però guarda un po’, mi sono alzata stamattina e il giramento di coglioni è ancora lì. Solo che ora ha rallentato la corsa e si è stabilizzato su un trotto dolce, costante e continuativo. Mi sa che rimarrà lì un bel po’.

Complimenti davvero, raramente riesco a scazzarmi così magnificamente. C’è che è il momento di darci un taglio. Non ho più voglia di restarci male per il fatto che le cose che faccio bene valgano la metà e quelle che faccio male valgano il triplo.

E poi, moreover: non ho più voglia di vedere che i capelli biondi spesso e volentieri valgono più di un discorso e di un sentimento. O di un nome.

Facciamo il nostro lavoro e basta. Facciamo ognuno il proprio percorso e basta. Senza mettersi in difficoltà in situazioni che sono difficoltose già di per sé. Non è difficile, basta un po’ di maturità.

Okay, basta, vado a prendere un caffè con un amico, chissà che almeno questo non riesca a farmi distendere un po’.






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Che faccio su questo blog? Analizzo in modo seryo e scyentifico il mondo dei social network, racconto storielle e scrivo un sacco di blablabla noiosi a proposito delle mie modeste ryflessioni sul mondo. Il tutto più o meno con questa faccia:

 


                                     

 

 

“Le origini delle cose tutte debbono per natura essere rozze”

Vico

 

“C’è stato qualcosa che è andato assolutamente storto all’inizio”

Anonimo

 

Scopo principale della scienza non è di aprire la porta all'infinita saggezza, ma di porre limiti all'errore infinito”

Galileo Galilei

 

"Giuro di essere felice. Mi sono reso conto che la sola felicità a questo mondo è quella di osservare, di spiare, di guardare, di scrutare se stessi e gli altri, di non essere altro che un grande occhio fisso, lievemente vitreo, un po’ infiammato. Giuro che la felicità è questo. Cosa importa se sono un pochino insignificante, un pochino sleale e se nessuno apprezza tutte le mie notevoli doti… la fantasia, l’erudizione, le capacità letterarie…? Sono contento di poter contemplare me stesso, poiché ogni uomo è interessantissimo, sì, proprio così, interessantissimo!"

Nabokov

 

"L'uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero"

Ugo di San Vittore

 

GiullaRe: Vero, niente faccio, ma come lo faccio io non lo fa nessuno! Credete sia niente passare la vita saltando da una piazza all’altra, saltando da un lazzo ad un altro e saltando tutti i pasti nel mezzo? Pensate, mia signora, sia niente dover sopportare il peso della verità sulle proprie spalle? Credete sia niente, o raggio di luna, essere il solo ad aver abbastanza coraggio da beffeggiare i re, il papa e la morte in persona, per ricordare alla gente che si può ancora fare? Vi sembra niente, mia signora, l’ aver raccolto l’eredità più pesante, ovvero il logorante fardello di quello che deve fare ciò che nessun’altro vuol fare?Credete sia niente dormire di giorno, e male, per poi di sera saltare e ballare al ritmo dei miei scherzi e delle bastonate degli scherniti? Credete veramente, mia signora, che sia niente essere un giullare? Credetelo e vi sbaglierete, credetemi solo un folle, e vi sbaglierete. Credete che questa maschera serva a nascondere qualcosa di diverso che le mie lacrime solitarie e amare, e vi sbaglierete. Credete per un solo istante, mia stella, che questa maschera sia leggera, e vi sbaglierete come colui che confonde l’alba col crepuscolo. La maschera del giullare pesa sul mio volto come l’universo pesa sulle spalle d’atlante. Andate da vostro padre e ditegli che se la sua corona pesasse metà della mia maschera, sarebbe più gobbo della luna calante.

Ade (Maschera e corona)