.
Annunci online

"C'è stato qualcosa che è andato assolutamente storto dall'inizio"
14 novembre 2013
Keep you apart
Drink up one more time and I'll make you mine
Keep you apart, deep in my heart
Separate from the rest, where I like you the best
And keep the things you forgot

(Between the bars,
Ellioth Smith)




permalink | inviato da insolita il 14/11/2013 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
30 settembre 2013
La morte non è la fine di tutto
Una scogliera ripida, una scalinata a picco sul mare.
Tre grosse protuberanze rocciose che si allungano dalla costa, sferazate da un mare scuro denso come l’olio. Sopra, la cupola di un cielo arancione.
Se guardo in basso, non vedo la strada che ho percorso finora.
Come ci sono arrivato qua?
C’è una stazione di sosta a metà scalinata. Le persone qui hanno gli occhi a mandorla, una gentilezza priva di sforzo. Chiedo come fare per tornare in fretta a casa mia.
Mi rispondono che non c’è un modo veloce per farlo, che tutte le strade richiedono giorni e giorni di cammino. Ma com’è possibile? Sono arrivato qua in un batter d’occhi. Come può richiedere tanto tempo il ritorno da un luogo dove si è giunti in un attimo?
Capisco che è un sogno. Lo capisco anche dal mio parlare fluentemente inglese, cosa che nella realtà non accade: un piccolo problema di dislessia che ho sin dall’infanzia e che m’impedisce di pronunciare correttamente le parole, una sillaba si accavalla sull’altra e le frasi escono incerte e confuse.
Qui invece le frasi si formulano ordinatamente nella mia mente ed escono fuori fluide e precise. Nel sogno la corteccia cerebrale opera in un altro modo rispetto alla veglia.
Esco fuori dalla stazione e riprendo a salire. Arrivo in cima alla scogliera. Ci sono altre persone, qui: camminano sul bordo roccioso degli scogli, percorrono un’estroflessione sottile della roccia e si gettano in mare. Sono stufe della vita. Qualcuno osserva la scena e piange. Non dovrebbe, penso.
La morte non è la fine di tutto.
Mi metto in fila con loro: quando arriverà il mio turno, mi getterò anch’io dalla scogliera. Decine di metri più in basso, mi abbracceranno le onde di quel mare scuro e oleoso. Già posso sentire la mia mente lambita da quelle acque dove nuotano i ricordi…
Riemergo nel bosco dove giocavo da bambino. C’è lo spiazzo erboso dove ci sedevamo in cerchio e mio padre ci raccontava le storie più straordinarie, le avventure di cavalieri senza paura contro draghi, mostri e streghe piscione.
Mi rivedo bambino quando passeggiavo su un fiume che in realtà era un lago e parlavo di vita e d’amore con Nina, la bimba senza la madre. Intrecciavamo le dita seduti sull’erba e anche noi ci raccontavamo storie. Qualche volta guardavamo le stelle in silenzio.
Una sera di settembre glielo dissi, ed era quanto di più sacro avessi dentro di me.
-Io sarò innamorato di te per sempre-
-Davvero? Anche quando saremo grandi?-
-Anche quando saremo grandi-
-Anche se ci saremo dimenticati di questo momento?-
-Anche se ci saremo dimenticati di questo momento, di questo bosco, di questo mondo-
-Mi starai vicino, allora?-
-No-
-Perché?-
-Perché finché sarò me stesso voglio vivere avventure, esplorare il mondo, vedere posti sconosciuti e scoprire cose sempre nuove, e questo non potrei farlo se avessi qualcuno sempre accanto a me-
-Allora non sei davvero innamorato di me-
-Ti dico che lo sono, invece, e lo sarò per sempre-
-Anche se partirai per uno dei tuoi viaggi e non mi vedrai più?-
-Sì-
-Anche se mi sposerò con un altro?-
-Sì-
-Anche se un giorno ti dicessi che ti odio?-
-Sì-
-Anche se…-
-Anche se dovessi sbattere la testa e dimenticarmi di te. Anche se fossi obbligato a stare con un’altra persona. Anche se le circostanze dovessero obbligarmi a dire che non sono innamorato di te. Anche quando sarò diventato brutto, vecchio e inutile-
-Anche se dovessi morire?-
-Anche se dovessi morire. Io sarò lo stesso, e per sempre, innamorato di te-
La morte non è la fine di tutto. Anche lei lo sapeva.

[...]



permalink | inviato da insolita il 30/9/2013 alle 20:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
26 agosto 2013
La classifica dei peggio ciucci di Game Of Thrones

Premettendo che sono arrivata solo alla fine della terza serie, ecco la mia personale classifica dei migliori esecutori di cazzate di Game Of Throne.

 

 

[ATTENZIONE, CONTIENE SPOILER]


 

Posizione numero 5: Sansa Stark

 
    

Si potrebbe pensare che è solo sfigata, invece no, è proprio ciuccia: tutti i suoi casini e trabagai hanno inizio da quando si fidanza con Joffrey, per il quale all’inizio stravede. 

Ora, a parte il fatto che si potrebbe biasimarla anche solo per il fatto che trovi sexy un prepuberte come lui, ma il fatto che continui a considerarlo un ganzo anche dopo che ha manifestato i primi segni di squilibrio mentale (cioè tipo nella seconda puntata della serie) e che si fidanzi con lui nonostante tutto, questo la rende veramente un’idiota.

La vogliamo ricordare così: mentre dice, convinta, “la mia vita è a Approdo del Re” dopo che a Approdo del Re le hanno decapitato il padre, le hanno fatto contemplare la testa di Ned Stark su una picca, l’hanno menata, offesa, umiliata, tormentata, seviziata, molestata, quasi stuprata.

Bimba, fai te…

 

Posizione numero 4: Kathleen Stark


 

Lei la mettiamo quarta solo perché alla fine, anche se è ciuccia, un po’ ci sta simpatica.

La sua epica battuta, pronunciata all’inizio della seconda serie, “Li uccideremo tutti”, rimane purtroppo soltanto una battuta, visto che la gran parte degli Stark (lei compresa), finisce maciullata in modo indegno a metà della terza serie.

Non c’è neanche da dire che siano stati particolarmente sfortunati: hanno la guerra in pugno, hanno catturato il più figo dei Lannister, hanno eserciti, pubblico e fan adolescenti dalla loro parte (strappandoli all’indecente culto degli One Direction), e cosa fanno? Cazzeggiano per mesi in campagna aspettando non si sa cosa, divetano barbosissimi, perdono simpatie e fanno incazzare come le bisce un re pazzoide perché Rob Stark ha voluto sposare una Candy Candy medievale appena conosciuta. Kathleen Stark, poi, ci aggiunge la ciliegina sulla torta facendo una cosa che è l’equivalente dello sputare controvento: fa deliberatamente scappare Jaime Lannister, l’unico asso nella manica che avevano per avere anche solo una vaga speranza di vincere la guerra.

Perfino Martin a un certo punto si dev’essere stufato degli Stark e li fa brasare tutti.

La vogliamo ricordare così: mentre prende un abbaglio clamoroso (il primo di una lunga serie, in verità) pensando che Tyrion Lannister abbia cercato di uccidere suo figlio e smuove mare e monti per catturarlo. Una volta che si è accorta dell’errore, poi, per non fare figure di merda scarica il barile a sua sorella (che è una tizia che abita su una specie di castello volante e vive con un preadolescente attaccato a una tetta) e se ne va facendo finta che niente sia successo.

Posizione numero 3: Jorah Mormont




Cavaliere in esilio che giura fedeltà a Daenerys Targaryen. Inizia a sbavarle dietro più o meno dal primo secondo in cui la vede, e per le tre serie di Game Of Throne successive continua a farlo in maniera evidente (del tipo “o me la dai subito o vado a buttarmi da un ponte”). Nonostante i suoi propositi suicidi perché Danaerys non gliela dà (nemmeno dopo che Drogo è schiattato), lui non si ammazza e continua a starle vicino, eseguendo qualsiasi suo ordine mentre lei lo calcola meno di un paio di Crocks. Se anche sperava di vincere in resistenza, si fa invece surclassare dal più esplicito Daario Naharis, che dopo due secondi dalla sua prima apparizione sta già flirtando da paura con Danaerys.

Lo vogliamo ricordare così: mentre con aria innocente, certo che tutti noi gli crederemo, risponde: “Chi, iiiiiiiooooo?!” quando Qaithe, la sacerdotessa con la faccia foderata di specchi, gli dice: “Ah, quindi sei innamorato della Kalheesi”

Posizione numero 2: Theon Greyjoy



E vabbè, con lui è un po’ come sparare sulla croce rossa.

Rampollo dei Greyjoy, però cresciuto con gli Stark, sta sulle palle a tutti fin dall’inizio (perfino a suo padre, che preferisce di gran lunga sua sorella lesbica a lui). Anche a lui stanno tutti antipatici: per tutta la serie gli sentiamo ripetere che gli Stark sono brutti e cattivi, i Greyjoy sono brutti e cattivi, i Lannister sono brutti e cattivi…

Probabilmente un po’ si sta sui coglioni anche lui stesso: è l’unica spiegazione plausibile che giustifica il suo andare all’assalto del castello degli Stark quando pure suo padre (che ha tutto l’interesse a conquistarlo, quel castello) gli dice: “ma no, cazzo fai, torna qui, coglione…”, si fa sfuggire i due rampolli Stark di 10 e 6 anni, viene preso per il culo da tutti, si fa sfuggire di mano la situazione e alla fine finisce dentro una specie di Saw l’Enigmista medievale dove viene castrato, torturato e tagliuzzato.

Vogliamo ricordarlo così: mentre pronuncia il motto della casata Greyjoy, che nella traduzione italiana suona un po’ come una supercazzola: “Ciò che è morto non muoia mai!”

 

Posizione numero 1: Jhon Snow




Figlio illegittimo di Ned Stark (che gli promette che un giorno o l’altro gli parlerà di sua madre, poi non fa in tempo perché viene un attimino decapitato), perculato un po’ da tutti, tenta perennemente di conquistarsi la simpatia del pubblico semplicemente mantenendo dall’inizio alla fine della serie un’espressione costernata a sopracciglia in giù.

A dire il vero non parte neanche male, con un atteggiamento da “ma fottetevi un po’ tutti voi e le vostre guerre, io entro negli Alpini e mi sistemo, tiè!”, prosegue poi con una cazzata dietro l’altra facendosi perculare da tutti anche fra gli Alpini, smarrendosi al di là della barriera, rinunciando ad andare a salvare la famiglia Stark perché “ho fatto un giuramento, accipuffolina!” (giuramento che poi manderà a puttane poche puntate dopo per salvarsi la pelle), facendosi stuprare da una tizia della fazione nemica a cui poi giurerà eterno amore, salvo poi abbandonarla un paio di scene dopo perché è confuso (“chi sono mai?!”).
In tutte le serie viste finora non c’è un solo momento in cui si riscatta, nessuna della sue azioni è utile a qualcosa o a qualcuno e va avanti così, fiero e sgarzolino, a fare una cagata dietro l’altra ostentando sempre la sua monoespressività a sopracciglia in giù.

Eh, d’altronde cosa ci si può aspettare da uno che di cognome fa Neve…

Vogliamo ricordarlo così: mentre beve acchiocciato in riva a un laghetto e viene sorpreso alle spalle dalla tizia incazzata come una iena che ha abbandonato in malo modo dopo aver trucidato tutti i suoi amici, che dice: “Ygritte, io non so niente, so solo che ti amo!”

Come dicevano a The Club, “nel dubbio, ti amo”…

 

Vostra,

LinTa

 




permalink | inviato da insolita il 26/8/2013 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
6 agosto 2013
La bandiera rossa
Era la sposa del signore del castello, e scelse di gettarsi in mare. Raggiunse il piccolo terrazzo poco fuori dalle mura, una notte senza luna.
Su quel terrazzo ogni mattina un servitore alzava la bandiera del casato, perché i marinai di tutto il mondo, da lontano, la scorgessero.
Sotto di lei, la roccia a strapiombo e il porticciolo privato del suo consorte: poche barche ancorate su fondali bassi, quei fondali che ora l’attirano più di ogni altra cosa al mondo.
Ispira a fondo l’aria fresca della notte, poi muove un passo in direzione del parapetto. Vi sale sopra. Resta per un istante con gli occhi alle stelle.
E’ pronta a dire addio alla vita.


Punto fermo all’orizzonte, dove il blu increspato di luce del mare traccia una linea netta oltre il quale inizia l’azzurro del cielo.
E’ la mia prima volta al mare quest’anno ed è anche la mia prima volta in questa spiaggia fatta di sassolini, sotto il grande castello che spunta sulla scogliera del lungomare livornese. Non ci abita più nessuno da almeno un secolo, ma conserva un'imponenza solenne che domina tutta la baia.
L’Italia va a rotoli, la gente è incazzata, smarrita, depressa, si fatica a reggere relazioni, amici, matrimoni, non ci sono più punti di riferimento, eppure esistono ancora posti come Forte dei Marmi, dove la gente va a spendere stipendi in aperitivi e bei vestiti, come se poi al cesso la merda prodotta con roba più costosa valesse di più di quella prodotta con cose che non lo sono.
Mi spiace, io scelgo quest’angolino di paradiso: solitario, impervio, con la brezza gentile che arriva dagli scogli, il primo chioschetto di vivande a una salita ripida da qui. L’asciugamano, il mio libro di carta e quello digitale, gli occhiali da sole, l’ombrellone. Poco fa, mentre m’inerpicavo sulla scogliera, stavo quasi pensando di abbandonarlo, ma ora che sono ferma sotto il sole sono felice di non averlo fatto.
Ecco una visione della mia personale idea di paradiso: il mare, il sole, il vento, un libro e nessuno che si chieda dove sono. E la solitudine, sì. Ogni tanto anche quella ci vuole.
Mi passo una mano sui capelli. Oggi mia madre me li ha intrecciati. L’ha fatto con naturalezza, come quando ero bambina: una di quelle trecce che partono dall’alto, tenute insieme con le mollette. Le ho detto che sprecava energie, perché di lì a poco mi sarei infilata il casco e avrei rovinato il lavoro. Ma lei lo ha fatto lo stesso con la massima attenzione, senza lasciare un solo capello fuori posto.
Ce l’ho ancora la treccia, entro in acqua senza disfarla.
Guardo il castello lassù in cima.
Penso sempre che nei castelli accadano cose straordinarie. Immagino che vi si riuniscano persone eccezionali, che si consumino grandi passioni, avvengano tragedie, si compiano atti estremi e si versino pianti inconsolabili.
I pianti. Come quelli di stamani.
Dietro la curva prima di casa mi fermo. Il furgone delle onoranze funebri m’impediscono di passare. La mia vicina di casa è morta stanotte, c’è un capannello di gente davanti a casa sua. Non è stata certo una morte prematura, anche se l’avrò vista una decina di volte in tutto, da quando sono qui, era facile attibuirle un’età che superava gli ottant’anni.
Lascio la moto fuori dal cortile ed entro. Faccio le condoglianze al primo che passa, con ancora la giacca addosso e il casco in mano, poi entro in casa. Mi metto alla finestra e spio tutta quella gente da dietro le tende.
Stanno tutti lacrimando, quelle lacrime lente e commosse dei funerali. Dalla finestra socchiusa mi arrivano le loro voci, sono piuttosto loquaci per essere un capannello funebre. Il motivo per cui di fronte alla morte scelgo il silenzio, è che l’unico altro linguaggio possibile sono i luoghi comuni.
Tiro la tenda. Fra poco risalirò in moto.
La spiaggia oggi non è affollata come nei finesettimana, ma ci sono lo stesso un bel po’ di bagnanti. La gente cammina sui sassi arroventati dal sole (come dicevo, qui non c’è la sabbia, ci sono i sassi), i piccoli strillano, i ragazzi si lanciano in acqua dagli scogli che cingono la baia. 
Una bambina chiede a sua madre di costruire un castello, lei le risponde che con i sassi è impossibile. La bambina allora sceglie tre grosse pietre, le mette una sull’altra e le dice: “Ecco, lo vedi che è possibile?”
Io vorrei leggere, ma ho gli occhi inchiodati sul castello lassù in alto.
Il terrazzo a picco sugli scogli sembra il luogo ideale per una di quelle tragedie che immagino. Riesco quasi a vedere la scena. Qualcuno che corre fuori dal castello, si lancia giù per la discesa che conduce al terrazzo, dà un’occhiata distratta alla bandiera che sventola alla brezza marittima, si affaccia, esita un attimo, infine sale in piedi sul cornicione. Un istante ancora, poi si lascerà cadere.
Una sferzata di vento più forte delle altre fa rotolare via qualche ombrellone. Grida divertite, gente che corre di qua e di là. Il mio non è volato via solo perché l’ho afferrato in tempo, altrimenti sarebbe finito dritto in faccia a una ragazza seduta poco lontano da me, talmente coperta di tatuaggi colorati da sembrare vestita anche se è in costume. 
“Ma come ti sei vestita?” Mi ha chiesto una signora oggi, mentre recuperavo la moto parcheggiata fuori dal cortile di casa. “E’ agosto, cosa ci fai con quella giacca nera addosso?”
“Signora, è una giacca con le protezioni, mi serve per andare in moto”
“Ma non hai caldo?”
“Certo che ho caldo, ma preferisco sudare piuttosto che rischiare la pelle”
Annuisce ma mi guarda poco convinta. Sgommo.
E’ difficile trovare gente che provi a capire. Come se il pensare a sé e nient’altro che a sé, considerare solo il proprio punto di vista e ciò che si conosce, fosse il valore supremo in cui credere.
Io non so perché qualcuno che abita in un castello possa arrivare a desiderare di gettarsi dalla scogliera, ma gli riconosco i suoi motivi, o il diritto di non averne.
Intanto il sole si è fatto meno caldo e il mare si è bagnato d’oro. Soffia il vento. La gente ha già iniziato a raccogliere l’asciugamano e le borse per andare via.
I ragazzi hanno smesso di lanciarsi dagli scogli e sono tornati agli asciugamani, dove si godono l’ultimo sole caldo della giornata. 
La spuma del mare mi labisce le punte dei piedi. La corrente mi porta qualcosa. E’ un velo di stoffa, completamente zuppo d’acqua. Sembra di foggia antica, come quelli che le donne si avvolgevano intorno al collo un tempo, per non prendere freddo. Chi l’avrà perso?
Guardo di nuovo su.

Una voce.
La moglie del signore del castello si volta.
“Tu?”
Il servitore che ogni mattina alza la bandiera è in piedi accanto all’asta. La guarda.
“Non farlo” le dice.
“Proprio tu, hai il coraggio di…”
“Ti prego. Devi ascoltarmi”
“Ho ascoltato abbastanza” ribatte lei. “Mi hai tolto l’unica cosa che ho mai amato in tutta la mia vita”
“Non è così, mia signora”
“Smettila. Vattene, lasciami sola con il mio dolore”
In quel momento il vento soffia più forte e le strappa di dosso il fazzoletto che ha intorno al collo.
 

L’orizzonte si è infiammato della luce del tramonto.
Penso a quello che mi è successo oggi. Mia madre, la mia vicina di casa, la signora che mi ha chiesto perché indossassi la giacca, il mare. Una sequenza casuale di fatti che ha preceduto il ricordo improvviso di te. Senza una ragione apparente, senza che gli eventi siano collegati tra loro. Come se fosse possibile che un’anziana signora che muore, o mia madre che mi pettina i capelli, o questo mare calmo, potessero costituirsi come pezzi di un puzzle la cui immagine finale mi ricorda te. Ma sì, certo che è possibile.
Penso al modo in cui sei uscito dalla mia vita: arrabbiato, triste,  chiuso in te stesso. E’ stata un’uscita plateale, con tanto di maledizioni e condanne, perché tu mi amavi e non potevamo stare insieme. Anche io ti amavo, ma non potevamo stare insieme.
Non hai mai capito di cosa ho bisogno.
Fisso lo sguardo sulla bandiera che sventola, su al castello. E’ una bandiera di colore rosso, un colore piuttosto insolito, non si addice allo stile neogotico della costruzione. Chissà come mai avranno scelto proprio quel colore.

“Mia signora, devi ascoltarmi”
“Lasciami in pace, maledetto. Hai raccontato a mio marito di me e del signor Flaminio. Adesso lui è fuggito lontano da qui e non lo rivedrò mai più”
La signora volge lo sguardo alle stelle, ancora una volta. “Era l’uomo che ho amato di più in assoluto”
“Mia signora. Colui per il quale stai per gettarti in acqua non è fuggito. Ti sta aspettando alla torre sul mare”
Il cuore della donna fa un balzo, tanto che quasi scivola dal cornicione.
“Dici il vero?”
“Tuo marito aveva scoperto tutto già prima che glielo dicessi. Meditava di avvelenare il signor Flaminio, ma dando pubblicamente l’allarme, ho spinto il signor Flaminio ad allontanarsi da qui. Quando gli ho spiegato le mie ragioni, mi ha fatto giurare che ti avrei avvertita del fatto che lui non ti ha abbandonata, ma ti aspetta per fuggire con te”
La moglie del signore del castello si sente mancare, tanto che per non finire davvero in acqua è costretta a scendere dal cornicione.
“Dimostrami che le tue parole sono vere”
“Subito, mia signora: il signor Flaminio mi ha fatto giurare che, se fossi riuscito a convincerti, avrei innalzato una bandiera rossa. Lui ci risponderà con dei segnali luminosi dalla torre sul mare. Ecco qui la bandiera”
Il servitore srotola una bandiera di colore rosso vivo. “Le luci del castello gli permetteranno di vederla anche nell’oscurità”
“Grazie, mio buon amico” dice la signora, ormai commossa fino alle lacrime.
“Siate felici” risponde il servo, e issa la bandiera vermiglia, che rifulge sotto le stelle.
Da lontano, fra gli alberi a picco sul mare, risponde il luccichio di una speranza.


“Sii felice” ti ho detto, e suonava come un addio.
Ma dimentico sempre che le decisioni definitive vengono prese in condizioni d’animo che non sono destinate a durare.
In realtà mi piacerebbe che tornassi. Non come amore, non come amico, ma come presenza. Sono così importanti, le presenze che uno ha nella vita: la costituiscono in gran parte e noi neanche ce ne accorgiamo.
Mi piacerebbe che tornassi nella mia vita senza accuse, senza pretese, senza rancore. Davanti alle onde, alle storie di un tempo remoto, queste cose sono così piccole, così insignificanti. Mi piacerebbe poter parlare con te e sapere di poterti cercare quando ne ho bisogno, senza temere niente.
Ma so che non è possibile: tu non vuoi questo.
Restituisco il fazzoletto di stoffa al mare, che se lo porti via. Possa raggiungere altre sponde, altre spiagge, altre persone, a portare la notizia che c’è speranza anche laddove sembra tutto perduto.
Io non so se posso ancora crederci, ma ci proverò.
Raccolgo le mie cose: l’asciugamano, il libro, l’ombrellone, lo zaino. Saluto il mare, poi risalgo la scogliera. E’ scoscesa, sdrucciolevole, per niente amichevole. Difende questo piccolo angolo di paradiso.
Si fottano tutti quelli che vanno a Forte dei Marmi.
Dall’alto getto un’ultima occhiata al castello. Chissà se la moglie del signore del castello ha vissuto una vita felice. Di sicuro ha avuto la possibilità di farlo, e anche solo questo (anche solo questo) è già molto. Quella bandiera rossa le ha dischiuso le porte di una nuova vita: imperscrutabile, incerta, misteriosa, ma pur sempre una nuova vita, un’altra possibilità. 
Io la mia bandiera rossa la sto ancora aspettando. 
Vado verso la strada, dove ho parcheggiato la moto. Il sole è già quasi tramontato. Salgo su.
Sono pronta a partire.







permalink | inviato da insolita il 6/8/2013 alle 21:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
30 luglio 2013
Growing up

70 pagine.

121.006 parole senza spazi.

Un titolo.

 

Il piccolo sta crescendo.


(vistupirà)


Vostra,


LinTa




permalink | inviato da insolita il 30/7/2013 alle 17:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 luglio 2013
Di quando decisi di fare la Social Media Manager
No, ragazzi, no. No.
Non fatelo.
NO.

Sul serio, datevi all’ippica, all’uncinetto, ai piercing capezzolari, ma non fate MAI i Social Media Managers.

Non proponetevi mai di gestire la pagina Facebook di qualcuno: è una fonte infinta di sbattimenti, frustrazioni e scompensi emotivi.

Per esempio

quando tu decidi di fare una pagina aziendale dove la gente può mettere “like” e la persona a capo dell’azienda per la quale  la stai gestendo ti dice che è sconcertante che dopo appena due giorni da quando l’hai creata siamo appena a 160 like, lei con la sua pagina personale ha fatto 300 amicizie in un paio di giorni.

quando t’impegni per postare degli status simpatici, non banali e graficamente uniformi, e poi a qualcuno dei tuoi capi viene in mente di postare qualcosa e riempiono la pagina di SCRITTE IN MAIUSCOLO……………………….PIENE DI PUNTINI CHE NON SI SA CHE CAZZO SERVONO……………………………SOLO PERCHE’…………………………………..PENSANO CHE COSI’LA GENTE CI VEDA MEGLIO…………………………….E NON SANNO CHE…………………………NEL LINGUAGGIO DEL WEB IL MAIUSCOLO EQUIVALE A URLARE…………………………………………………………………………………PORCA MERDA…………………………………………

quando ti scervelli per postare foto e articoli di qualità, pensati per il pubblico a cui ti rivolgi, e poi arriva uno dei capi e sbatte sul wall l’articolo di un cane sgozzato o un’immagine sgranatissima 160x230 pixel  presa da Google Immagini per promuovere una qualche cazzata.

quando scrivi tutti i post prestando un’attenzione religiosa alla correttezza grammaticale, e poi qualcuno dei tuoi capi arriva e posta un discorso senza una doppia o una mutina (stridoredidentieribollimentodelsangue).

quando, malgrado tutto ciò, sei riuscito a fare avere un aspetto simpatico, ordinato e piacevole alla tua pagina, hai pure raccolto un bel po’ di di like, e la tua direttrice arriva e ti dice: “Secondo me è meglio se rifacciamo tutto, dobbiamo fare una pagina personale e mandare le amicizie, così raggiungiamo più gente”. Tutto perché ha postato una stato su facebook con una domanda e nessuno ha risposto perché era una domanda del cazzo.

quando ti rassegni a cancellare la tua bella pagina aziendale e fai un profilo personale delle amicizie, confondendo le idee alla gente e dandole l’impressione di non sapere un cazzo di web marketing, e poi sempre la tua direttrice incasina tutto con una password che non si ricorda (si veda la sezione: che cazzo di problema ha la gente con le password? Una password è una cosa che imposti di tua spontanea volontà, per la tua sicurezza e secondo il tuo libero arbitrio: perché cazzo te la dimentichi all’istante subito dopo averla inserita?).

Potrei andare avanti ancora a lungo, ma mi fermo qui.

FUCK IL SOCIAL MEDIA MARKETING sul web 3.0. del cazzo, la più colossale fregatura del decennio. Se devo credere nel web 3.0, preferisco credere nel Cavaliere Oscuro e in Sailor Moon, davvero.

Vostra,

LinTa




permalink | inviato da insolita il 25/7/2013 alle 21:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
20 giugno 2013
Cambio lavoro

Penso che solo a pochi, fra quelli che scrivono, sia capitato di diventare come uno dei personaggi dei propri racconti.

Alla luce dei recenti sviluppi nella mia vita, credo che d’ora in poi assomiglierò molto alla protagonista della Principessa Sposa, raccontino che ho scritto all’incirca nove mesi fa, senza minimamente ispirarmi alla mia esperienza personale. E guarda un po’, a breve diventerò anch’io una libraia motociclista, colei che combatte strenuamente per decidere la direzione della propria vita ma si commuove se qualcuno le dice che assomiglia alla più classica delle figure letterarie, una principessa.  

Alla fine credo di essere esattamente così, in cerca di un continuo rinnovamento ma dannatamente affezionata al romanticismo.

Cambiamenti alle porte, dunque. A coronamento di una prima metà dell’anno passata quasi interamente nel caos, ma d’altronde l’avevano detto che il 2013 non sarebbe stato un anno facile per i Gemelli.

Lascio una situazione lavorativa che già da tempo non può più dare molto, un po’ per la modalità di lavoro che appiattisce tutti (chi si impegna, chi s’impegna poco, chi si fa i cazzi suoi dalla mattina alla sera) su un unico piano di sufficienza, un po’ per il rapporto che ho stretto con le persone impiegate lì, esauritosi già tanto tempo fa.

Vedremo cosa ci riserverà il futuro. Per il momento sono contenta. Contenta di ogni singola decisione che ho preso, contenta di essermi tirata fuori da situazioni impossibili, contenta di aver gestito le cose senza chiedere aiuto a nessuno, mai.

Per il resto, si vedrà. Il futuro è tutto da scoprire e io sono un’esploratrice molto curiosa. 

 

Vostra,

 

Linta


PS: per chi volesse leggere/rileggere il racconto in questione, il link è qui.




permalink | inviato da insolita il 20/6/2013 alle 10:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
27 maggio 2013
Un altro sorso
Forse un giorno te lo farò vedere
Quel grande calice con cui brindo al mondo

Con cui auguro buona fortuna al vento
Ai tuoi passi sulla sabbia
Agli sconosciuti a cui concedi una birra
Agli angoli in cui cerchi la tua strada smarrita
Alle distanze che percorri per cercare un germe di libertà
Alla vicinanza che ci tiene lontani

Forse un giorno te ne parlerò
Del grande calice in cui vedo riflesso il mondo

Con cui mi ubriaco e rido
dei sorrisi degli altri
degli occhi stanchi
delle bestemmie al cielo
Del grande verde ai lati del mio sguardo
Due colonne di alberi
Mi fermo lì a sudare
Un altro sorso
Luce sulle immagini sfocate

Un altro brindisi
A questo sole caldo
A questo cielo chiaro
Alla stagione che avanza
A queste strade che non ti hanno portato da nessuna parte
A te che parti
Ma te ne sei andato tanto tempo fa
.




 




[in giro per la toscana, una domenica di primavera incerta]



permalink | inviato da insolita il 27/5/2013 alle 20:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
14 maggio 2013
Devo dire...

che la fascia d’età che va dai 25 ai 30 è quasi peggio dell’adolescenza.


No, sul serio.


Vostra,


Linda

 

 




permalink | inviato da insolita il 14/5/2013 alle 21:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
9 maggio 2013
Prima uscita
La prima uscita dell’anno, nonché la prima seria che faccio da quando ho Solaris (la mia moto, sospirata, amata, penata, odiata, spasimata e tanti altri “ata” per darvi l’idea di quanto sia complicata la nostra relazione purtuttavia passionale) l’ho fatta col mio amico Simone, presenza costante nella mia vita, angelo-custodia, spalla e telespalla da tanti anni.

Devo ringraziarlo perché avere un Ktm Adventure guidato con l’esperienza di anni e anni di avventure motociclistiche e uscire con una Kawasaki el 250 portata in giro da una che ha saltato tutta la fase adolescenziale del motorino e pure quella meno adolescenziale del Beverly, rappresenta un atto di grande amicizia nonché di estremo coraggio.

Si è fermato ad aspettarmi ogni volta che restavo indietro, mi ha fatto da guida e mi ha anche dato diverse dritte su come far curvare la mia incurvabile moto. Credo che si sia fatto due maroni grossi così, ma non me l’ha dato a vedere neanche per un istante. Spero di essermi fatta perdonare con la birra!

Comunque. L’itinerario che abbiamo scelto è facile e divertente, un viaggetto da Vicopisano a Volterra passando per Montaione. Le curve sono dolci e la strada taglia a metà un paesaggio decisamente molto toscano, con collinette verdi illuminate dal sole e alberelli qua e là. Sono posti che conosco bene, eppure a percorrerli in moto sembra di vederli per la prima volta.

Il primo tratto prima di arrivare dalle parti di Palaia è nel traffico. Odio gli automobilisti che tentano di tagliarti la strada e che non sanno come funzionano le rotonde. Odio anche gli autovelox e i posti di blocco, ma quelli me li segnala Simone, con un linguaggio mimico gestuale immediato anche per il mio rinomato stordimento.

Finalmente arriviamo in una strada con poche macchine e tanto verde. E’ così bello sentire il vento addosso e respirare gli odori della campagna, sono felice di ogni singolo attimo che passo in sella. Incontriamo altri motociclisti che ci salutano, svariate bestioline si accumulano sulla mia visiera. Le curve scivolano via una dopo l’altra, disinvolta Leela (la moto di Simone), un po’ legnosa Solaris, ma quello perché sono io che sono ancora una principiante.

Il primo problema ce l’ho con le curve strette in salita, che mi costringono a scalare le marce e farle al minimo, cosa che mi smonta tantissimo, ma senza far scendere l’adrenalina.

Il secondo problema ce l’ho più tardi, con le curve strette in discesa, che presentano più difficoltà di quelle in salita perché a meno che non la tiri giù, Solaris va dritta (a volte sembra proprio senza ciclistica!). Riesco comunque a cavarmela fino a che la strada ridiventa dritta con curve dolci.

Ho un attimo di panico quando vedo Simone, davanti a me, in piedi sulla moto con le braccia alzate verso il cielo. Per un attimo temo il dramma, ma lui ha una guida forte e una sincronia con Leela che rasenta la telepatia: non sta facendo niente di avventato, sta solo giocando e divertendosi come un matto. 
L’ultimo tratto che ci separa da Volterra lo facciamo andando a passo di lumaca per via degli autobus turistici. Arriviamo in città, parcheggiamo e andiamo a farci una birra in Piazza del Duomo. C’è il sole che si alterna a qualche nuvoletta, d’altronde siamo piuttosto in alto.

Restiamo a Volterra poco più di un’ora, poi, una volta riposati, ci rimettiamo in marcia. La strada che intendiamo prendere è chiusa per via di una frana, così non ci resta che tornare da dove siamo venuti. Rifacciamo il percorso all’indietro, scendendo da Volterra ho di nuovo qualche problema con le curve in discesa e quelle troppo strette a destra (ne ho di strada da fare…).

Il viaggio procede comunque tranquillo, stavolta al tramonto, con il panorama bagnato d’oro. Dalle parti di Saline di Volterra il paesaggio tocca le sue note poetiche più alte: le colline sembrano onde verdi su cui oscillano gli alberi maestri di navi immaginarie, portate da un vento caldo che mi diverto a squarciare con la velocità. Sento la sua resistenza sul petto, ma non è ostile.

Arriviamo a La Sterza, dove l’afflusso di macchine aumenta. Mi dispiace un po’ dover riadattare l’andatura a quella degli automobilisti, senza volerlo assorbo i brutti sentimenti di chi è in strada: fretta, impazienza, maleducazione.

Passiamo vicino a casa mia (che in realtà non è casa mia, c’è solo il mio nome sul contratto) a La Rosa, dunque procediamo per Pontedera. Qui c’è ancora più traffico e ormai l’ebbrezza è passata. Resta però il piacere della guida, che ci riporta felicemente a casa cinque ore dopo essere partiti, lasciandoci addosso una sensazione elettrizzante e piacevole che diverse ore dopo essere scesi dalle moto è ancora lì.

So di avere molta strada da percorrere, tanta esperienza da fare e parecchi muscoli da allenare, ma non sarà troppo difficile, visto che ogni volta che scendo dalla moto inizio subito a pensare al momento in cui ci risalirò sopra.

Non male come prima uscita. Non male come inizio. E grazie a chi è stato con me, fisicamente o via etere tramite whatsap.

Credo sia l’inizio di qualcosa di bellissimo.





Vostra,


LinTa




permalink | inviato da insolita il 9/5/2013 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
7 maggio 2013
Solo pochi conoscono cosa sia.
-C’è così poco di vero in quello che sappiamo degli altri- dice lui.
-Sì-
-E nonostante tutto continuano a pensarla tutti alla stessa maniera-
-Così sembra-
-Se non mi avessi appena raccontato le cose che hai fatto in questi due anni, mi verrebbe da chiederti cosa ne sai, tu-
-Ora non farmi pentire di aver accettato di fare il gioco dei segreti, stasera-
-Non ti sto mica biasimando. E’ solo che mi chiedo come fai a dire di essere ancora cattolico-
-E’ per distinguermi dalla massa-
-Guarda che la massa è cattolica-
-Ti sbagli. La massa è atea-
Appoggio la birra sui gradini della chiesa e lo guardo.
-Che poi per curiosità, il gioco dei segreti lo fai sempre con le persone che non vedi da anni?- mi chiede.
-Non necessariamente, ma negli ultimi tempi è difficile trovare qualcuno con cui giocare-
-Nessuno vuole confessare i propri segreti-
-O magari, semplicemente, non ne hanno-
E la vita li ha costretti alla noia di un’esistenza senza ripari dalla luce del sole, dove tutto sta su un unico piano uguale per tutti.  
-C’è così poco di vero in quello che sappiamo degli altri-
-Solo una cosa hanno in pochi- dico, e l’ultimo sorso di birra comincia a sembrarmi troppo -solo una cosa hanno veramente in pochi-
-Cosa?-
-Il mistero. Pochi, solo pochi conoscono cosa sia il mistero. Anzi, magari non lo conoscono, ma lo possiedono. Sono in pochi. E si stanno perdendo-
-Eh, già. E’ difficile trovarli-
-Ma cosa ne sai, tu-
-E’ vero. Cosa ne so, io-
E i due amici si separano, per tornare ciascuno ai propri segreti, in una notte veloce come una bugia ad aria compressa.




permalink | inviato da insolita il 7/5/2013 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
8 aprile 2013
Brutte presentazioni di libri belli
Ci sono libri che andrebbero letti e autori che non andrebbero conosciuti.
Me ne devo ricordare prima di andare alla prossima presentazione di un libro.
Fatto è che, dopo aver letto tre libri di Sebastiano M. e averli adorati e abbondantemente sottolineati tutti e tre, ero curiosissima di vedere com'è dal vivo, qual è il suo atteggiamento, se il suo modo di esprimersi è forbito e accattivante come la sua scrittura.
Così mi prendo un pomeriggio libero dal lavoro e mi reco alla presentazione del suo ultimo romanzo, nella biblioteca civica di Massa.
A presentarlo sono l'assessore alla cultura e un'iberista massese, entrambi donne.
Si comincia con un pollice in giù per l'assessore alla cultura di Massa, una ragazza giovane che durante la presentazione ha aperto bocca solo due volte, una per dire che il libro l'aveva lasciata perplessa, un'altra per citare un film che anche a impegnarsi non si capiva cosa c'entrasse, per di più sbagliando il titolo ("Nicole è partita" invece di "Mignon è partita").
Il problema è che dopo la sua citazione a sproposito ha anche spiegato perché il libro l'aveva lasciata perplessa, e cioè il fatto che buona parte della storia è incentrata sulla vita sessuale della protagonista, una ragazza che tradisce il marito dandola un po' a tutti (tranne ovviamente al protagonista, che è l'unico che non la vuole).
Viene fuori che la stessa perplessità la condivide anche l'iberista, che dopo un paio di domande azzeccate dimostra di non aver capito nulla del libro. "Cioè ma questa ragazza perché è connotata tanto negativamente? Insomma, una protagonista che tradisce il marito, mi sembra che dia una brutta immagine..."
Ne nasce una discussione sul perché la protagonista sia connotata come una sgualdrina mentre il protagonista invece è un romanticone. Qui bisognerebbe aver letto il libro per capire che non è affatto così: la storia è incentrata sulle vite sessuali dei due protagonisti  che fanno entrambi degli errori, tradiscono e vengono traditi. Ma a quanto pare, per l'assessore e per l'iberista il fatto che una donna tradisca il marito esattamente come un uomo tradirebbe la moglie, equivale a dare una brutta immagine solo ed esclusivamente delle donne.
Odio le femministe perché quasi tutto quello che dicono finisce per essere un autosabotaggio. Anche se a ben guardare queste due non sono neanche femministe, sono semplicemente due donne inalberate. Cioè, sembra che per loro non si debba neanche iniziare a parlare di una donna che mette le corna al marito, tematica tra l'altro più che mai concreta e attuale. A quanto pare per loro la questione non ci deve essere e basta.
Mi allarma la piega da gruppo di discussione di romanzi rosa che ha assunto la presentazione, ma il peggio arriva quando il pubblico inizia a intervenire: a quel punto siamo proprio a livello comunità.
Io che ero venuta per ascoltare l'autore, per capire le fonti d'ispirazione di questo libro che ho adorato, mi ritrovo ad ascoltare le esperienze personali di tradimento della gente, del tipo: "ciao, io sono Rosa e una volta ho tradito", "ciao, io sono Anna e sono sempre stata fedele". Mio dio, sembra di essere in un talk show.
E lui che fa? Lui ascolta il dibattito con la faccia compiaciuta, sorridendo con fare sornione, divertito e addirittura quasi fiero di aver sollevato una tale discussione.
Caro Sebastiano, sarai anche un bravo scrittore, ma pecchi di professionalità. Non dovresti permettere una tale dispersione di argomenti nella presentazione di un tuo libro, è qualcosa di tremendamente urticante. Sono a metà imbarazzata a metà infastidita.
Finalmente apre bocca, dice qualcosa che credo dovrebbe servire a ristabilire l'ordine nella discussione fra cornificatori e fedeli incalliti, qualcosa sul fatto che è sbagliato pensare che l'amore sia meno autentico se si tradisce il proprio partner.
"Come in una frase che ho scritto da qualche parte, che ora non mi ricordo com'era, qualcosa tipo... l'amore riesce davvero quando finisce"
Riconosco immediatamente la citazione nonostante l'errore, è una frase che è circa alla fine del libro.
L'iberista, che specifica di avere un marito, afferma che un amore che si macchia di un tradimento non è più da considerarsi amore. Il livello della discussione ormai è più o meno quello dello spogliatoio di una palestra, ma almeno si ricomincia a parlare del libro. 
Torniamo alla protagonista: cosa la spinge a tradire il marito? Ma ovviamente il fatto che è frustrata perché l'amore della sua vita (il protagonista) la rifiuta, nonostante lei gliela sventoli ripetutamente davanti.
E qui, non so come, qualcuno cita, quasi nello stesso momento, la storia di una suora che vede Gesù facendo la lap dance e la Divina Commedia. Ne segue una serie di farneticazioni su cos'è la vera letteratura, se il poema dantesco o quattro pagine scritte di getto da un personaggio tipo, appunto, la suddetta suora.
Mi disinteresso alla conversazione. Mi sembrano tutti fuori di testa.
Dopo due ore di delirazioni, in cui si è parlato a malapena del libro e dei suoi contenuti, la presentazione finisce. Tiro un sospiro di sollievo.
Mi dirigo verso il tavolo per avere l'autografo di Sebastiano M., che a questo punto sento di essermi più che guadagnata. Mi avvicino, apro il libro e leggo: "Tutti i grandi amori sono dei fallimenti. Era questa la frase che stava cercando prima, vero?"
Lui mi lancia un'occhiata distratta e mi fa: "Ah, sì sì". Prende la penna per farmi l'autografo. "Com'è che ti chiami?"
"Linda" gli rispondo.
Scribacchia qualcosa sulla mia copia del libro. Mi sporgo e leggo: "A Linda. Buona lettura. Sebastiano M."
E qui, caro Sebastiano, mi hai fatto cadere non già le braccia, ma anche le gambe, le mascelle, la testa, i mar***.  Poteva passare la pessima gestione della presentazione del tuo libro, ma cacchio, vengo qua, mi ritrovo in mezzo a questi invasati, mi ascolto una marea di idiozie femministe, sopporto l'agghiacciante parallelismo tra una suora che balla la lap dance e Dante, ho adorato e capito il tuo libro molto meglio di tutti i presenti, ti correggo pure un'autocitazione, e tu mi liquidi con un "buona lettura". Dimmi tu se il tuo genio doveva scivolare così indecorosamente sul non renderti conto che, se sono in grado di citare il tuo libro meglio di te, FORSE vuol dire che l'ho già letto.
Magari sono io che mi dò troppa importanza pensando che essere quella che ha letto il tuo libro e ne ha apprezzato l'aspetto letterario anziché quello puramente antropologico dovrebbe essere una cosa che t'interessa. Hanno parlato del tuo libro come fosse un film di Muccino, l'hanno ridotto a una storiella di gente stressata che non capisce l'amore, anzi, l'ammòre, a 'sto punto, eppure non mi è sembrato che ti dispiacesse, non hai neanche provato a proporre un dibattito di qualità, non hai fatto niente per rilanciare la ricchezza del tuo libro che è molto di più di una storiella di gente che si mette la corna. O almeno, così ho creduto fino a questo momento.

Me ne vado dalla presentazione con una sensazione sgradevole addosso. Ora il libro che ho tra le mani non mi sembra più così speciale, specialmente dopo che Sebastiano M. me l'ha autografato. Sarà che tendo a pensare che gli scrittori che adoro siano dotati di una specie di solennità che rende la loro dimensione incompatibile con i dibattiti alla Maria de Filippi, ma la sensazione che provo è quella di un vero e proprio raggiro.
Mi sa che a questa presentazione avrei proprio fatto meglio a non venirci.

Vostra,

LinTa




permalink | inviato da insolita il 8/4/2013 alle 10:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
2 aprile 2013
Mi sono rotta il cazzo (come gli Stato Sociale)
Di questa società che ti confonde le idee su cosa desideri davvero e ti fa acquistare, spostare, richiedere, partire, tornare, rimescolare in continuazione per tenerti sempre in movimento ed evitare che tu ti fermi a pensare. 
Del mondo del lavoro senza occasioni e senza coerenza, dove sembra che fare soldi e diventare sempre più importante sia l'unica alternativa  a essere un povero coglione frustrato che si accontenta degli avanzi, dico, ci sarà pure una maledetta via di mezzo. 
Del maschiocentrismo amplificato dai tentativi scoordinati delle donne di sembrare emancipate.
Del fatto che siccome non sono un uomo non ho diritto a  una vita avventurosa, ho l'obbligo di coerenza sentimentale e sul lavoro devo farmi il culo il doppio per avere la metà della considerazione. 
Della gente che si lamenta in continuazione che gli va tutto male e poi non alza un dito per provare a migliorare la propria vita. Se per pagare l'affitto devi fare un lavoro che odi e devi cagare il cazzo che fai una vita di merda tornatene a stare dai tuoi e piantala di rompere i coglioni. 
Di stare a sentire chi sta male per amore, di dare consigli puntualmente non seguiti e di dover ascoltare all'infinito gli stessi discorsi su situazioni risolvibili se solo si avesse un decimo di milligrammo di spina dorsale in più.
Di chi si trincera dietro l'apparenza di essere una persona interessante che fa un lavoro interessante e ha una vita interessante e ti guarda dall'alto al basso quando gli spieghi cosa fai tu, come se non lo sapessi che sei un frustrato di merda che ha il terrore di sembrare uno sfigato qualunque. 
Di chi scarica i suoi problemi sugli altri. Fanculo stronzi, fatevi un esame sincero di coscienza e prendete consapevolezza del fatto che il 95% dei vostri problemi è solo colpa vostra.
Di quelli che aprono bocca e parlano a vanvera tanto sanno che sei educata e non li manderai a fanculo, e così decimano la riserva limitata di pazienza che c'è nel mondo.
Di chi non capisce quando passa il limite, che tanto tu sei in grado di sopportare tutto e nella vita non hai mai neanche un mezzo momento in cui hai piene le palle.
Del fatto che siccome so imparare dai miei errori e psicologizzarmi da me allora non ho bisogno di sfogarmi ogni tanto, mentre quelli che da anni continuano a fare le stesse cazzate hanno diritto alla consolazione di tutti in qualsiasi momento. 
Di questo post, perché lamentarmi resta una cosa che mi sta sulle palle, e allora la finisco qui.

Come sempre, vostra, 




permalink | inviato da insolita il 2/4/2013 alle 10:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 marzo 2013
Natura
In generale, me è un'opinione mia, mi sta antipatico chi usa l'espressione "secondo natura". Questa e tutti gli altri derivati dell'idea che la natura ha sempre ragione, tipo "in natura", "come natura vuole", "prodotto naturale", "è contro natura".
La natura può diventare un'argomentazione pericolosa per motivare qualsiasi scempiaggine, idiozia, razzismo e idea retrograda del mondo.
"Prova l'omeopatia, sono tutti prodotti naturali!" Beh? Dovrei sentirmi rassicurata? Anche i più letali veleni si trovano in natura. Anche la morte è naturale.
"I gay sono sbagliati perché sono contro natura" giusto, e allora smettiamola di usare la macchina e torniamo a lanciarci sulle liane.  
"La legge della natura", ecco, questa poi è la mia preferita: quindi secondo questa legge, regolarmente applicata nella società contemporanea esclusivamente quando fa comodo, il forte mangia il debole (o il debole è mangiato dal forte, se preferite la forma passiva) e quindi è giusto adottare qualsiasi comportamento spregevole, al lavoro come in famiglia come con tutti gli altri, perché la natura ha previsto così.
Quindi se hai un qualche tipo di svantaggio (cioè se sei donna, gay,  brutto, gracilino, nero, extracomunitario, handicappato, mutilato, bastian contrario, disoccupato, povero, ateo, ecc. ) è giusto che tu subisca trattamenti ingiusti di ogni genere e sorta.
Beh, fanculo. Alla natura, a Darwin e a chi li usa a sproposito.
E' vero che in natura il forte prevale sul debole, ma è anche vero che secondo la stessa natura noi siamo nati per stare sugli alberi, per tirarci gli escrementi addosso e per toglierci le pulci a vicenda.
Una società evoluta si sviluppa nel senso diametralmente opposto a quello naturale, ovvero abbandona il principio del più forte e inizia a dare importanza a cose universali tipo la ragione, l'uguaglianza, la filantropia, l'etica, che guarda un po', in natura non ci sono.
Perciò per favore basta con il ricorso alla natura come argomentazione nel sociale, ché la natura è bella ma tipo solo quando ce l'ho intorno in montagna.

Vostra,

LinTa




permalink | inviato da insolita il 27/3/2013 alle 9:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 marzo 2013
La fine dell'enfant prodige [uno spin-off di 32bit Eden]
[Parte di un racconto più esteso]


L'aereo è atterrato con sette ore di ritardo. Ad accoglierlo all'uscita dal terminale ha trovato il signor Watanabe, impiegato giapponese della società americana che presenterà 32-bit Eden Reloaded (così gli hanno comunicato che si chiamerà il remake del gioco). Watanabe si mostra dispiaciuto per il volo in ritardo e gli comunica che al suo albergo lo stanno aspettando per il pranzo. Tullio ha già pranzato durante il volo, ma non osa dirlo all'impiegato che sembra considerare una questione di vita o di morte il fatto che lui mangi qualcosa al più presto.
Fuori dall'aeroporto li attende la macchina che li porterà nella Dowtown di Los Angeles. Durante il tragitto Watanabe gli spiega che la presentazione di 32-bit Eden Reloaded avverrà il giorno seguente alle 15 nel padiglione NovaSoft del Los Angeles Convention Centre, che ospita l'Entertainment Expo. Per i viaggi dall'albergo alla fiera avrà a disposizione l'autista.
Tullio si trastulla con lo spettacolo delle autostrade californiane e lo ascolta a malapena. Il funzionario giapponese richiama educatamente la sua attenzione.
"Domani sera dopo la presentazione lo staff si riunirà a cena da Dream of Sushi. Ci terremmo molto che partecipasse"
"Ma certo" risponde Tullio.
Arrivati all'albergo, Watanabe gli comunica che si rivedranno il mattino seguente per la consegna dei pass dell'Entertainment Expo. La fiera aprirà i cancelli a mezzogiorno, l'autista passerà a prenderlo all'albergo alle dieci e mezza. E' mai stato a Los Angeles? No, è la prima volta. Watanabe sorride, dice che la città gli piacerà. It's sunny and dynamic. People are friendly. E' giapponese ma parla come un  americano.  
Si danno appuntamento per il giorno dopo alla fiera e si salutano.
Tullio effettua il check-in alla hall dell'albergo, un cinque stelle che  gli ha prenotato l'amministrazione di NovaSoft. Si rifiuta di pranzare perché i due pasti di plastica sull'aereo gli hanno scombussolato lo stomaco, meglio dare un po' di tregua alle viscere almeno fino all'ora di cena.
La sua camera è in perfetto stile californiano, con un quaranta pollici piazzato davanti al matrimoniale, un bagno con una vasca grande abbastanza da poterci dare un party e una parete a vetri con vista sulla Dowtown. Peccato stare qui solo per tre giorni, la durata della fiera.  
Tullio distende sul letto la cartina di Los Angeles e la guida cartacea che ha riempito di segni e sottolineature. Ci vuole disciplina per visitare un posto nuovo, eppure la tentazione di ignorare il piano di marcia che ha elaborato e mettersi a vagare senza meta è forte.
Si sente eccitato come un bambino, soprattutto al pensiero che il giorno successivo parteciperà all'Entertainment Expo, una delle fiere tecnologiche più importanti del mondo. Nelle settimane precedenti a questo viaggio l'entusiasmo è cresciuto fin quasi a farlo diventare euforico, specialmente da quando ha letto quali e quante novità verranno presentate in questa edizione della fiera. Nuovi giochi, nuove console, sistemi mai visti prima di videogamig, innovazioni e virtualizzazioni di ogni genere.
Anche se si rende conto che la sua presenza alla fiera è una pura formalità, non riesce a non sentirsi orgoglioso. In quanto creatore della demo del primo 32-bit Eden, il suo ruolo alla presentazione sarà semplicemente quello di incarnare il rassicurante legame col passato, che servirà a riempire di emotività l'esplosione di effetti grafici di ultima generazione di cui è stracolmo 32-bit Eden Reloaded.
Dalla descrizione che gli è stata fatta del remake, pare che la NovaSoft non abbia badato a spese per quanto riguarda l'apporto di effetti speciali nella nuova versione del gioco.
Apre il portafogli. In basso a destra c'è un'immagine del protagonista del suo gioco, un gatto iperattivo di nome Yobbo. Il suo compito è quello di malmenare figure tipicamente antagoniste nello scenario del ghetto, come i bulli e gli strozzini, utilizzando una gamma di armi veramente fantasiosa (dalle chiavi inglesi agli spazzoloni del water), ricaricandosi bevendo una bottiglia di latte e facendosi aiutare dai protagonisti di vecchi videogiochi.
Quanti anni sono passati da quando l'ha creato, quante speranze ha riposto in lui resistendo alla tentazione di cambiare progetto, quante volte ha temuto che le sue idee non avrebbero mai trovato un posto nel mondo, che il suo non fosse talento ma semplice dedizione.  
E adesso Yobbo lo ha portato qua, in una camera d'albergo di lusso a Los Angeles, per assistere alla presentazione di un nuovo capitolo della sua storia.
Il suo ragazzo è diventato grande.   
"Grazie, amico mio" non si sente stupido a sussurrargli.  

L'Entertainment Expo è perfino più entusiasmante di quanto avesse immaginato.
Malgrado sia una fiera a cui si accede su invito,  la quantità di gente che ingombra i padiglioni è davvero notevole. Sono tutti grafici, tecnici, giornalisti, sviluppatori, programmatori, nerd incalliti.
I marchi delle console più famose fanno a gara a chi ha l'allestimento più spavaldo. Ovunque ci sono postazioni con le nuove console, megaschermi con i trailer dei giochi in uscita, gigantografie di personaggi noti, ragazze in costume vestite da eroine famose, nuovi dispositivi fissi e portatili, dimostrazioni live, gadget ed estensioni di console di ogni sorta.
Tutto quello che c'è dentro l'Entertainment Expo compare qui per la primissima volta per poi raggiungere il resto del mondo nei mesi a seguire. In uno stand c'è perfino il prototipo di quello che da anni è il sogno di tutti gli appassionati di realtà virtuale, un visore che renderà possibile vivere l'esperienza di gioco in prima persona: indossandolo insieme a un paio di polsiere speciali si ha l'illusione perfetta di trovarsi dentro all'avventura grafica che si sta giocando.
Tullio si sente come al centro di un sogno, è meraviglioso trovarsi lì, nel cuore pulsante dell'universo dei videogiochi.
Quando alle 15 si siede al tavolo di Novasoft per introdurre 32-bit Eden Reloaded, è sazio di meraviglie. La presentazione dura all'incirca un'ora.
Gli provoca un certo shock vedere il filmato introduttivo del gioco, dove a un mix nostalgico di scene in cui si vedono i pochi poligoni che compongono l'immagine del primo Yobbo, segue la scena di un gattone in alta definizione vestito da gangster, con gli addominali scolpiti e un mitragliatore in braccio con cui fa fuori una ventina di nemici canini tracannando subito dopo una bottiglia di latte come fosse un bicchiere di rum.
Quando il direttore della NovaSoft gli chiede se il filmato gli è piaciuto, lui non può fare a meno di rispondere che avrebbe preferito che Yobbo restasse scaltro e gracilino piuttosto che diventare un generico coglione nerboruto che spara all'impazzata. Dopotutto la sua arma principale è l'intelligenza con cui trasforma gli oggetti quotidiani in armi contro i cattivi: con un mitragliatore in mano sono tutti bravi a fare gli eroi.
Il direttore biascica un yeah yeah, thank you, e gli assicura che riceverà una copia del gioco gratuita.
Tullio sospira. Durante la conferenza stampa hanno detto che i punti di forza del videogioco sono la grafica smargiassa (l'antropomorfizzazione e la definizione delle espressioni facciali dei personaggi è davvero sconvolgente) e la possibilità di condividere sui social network ogni volta che si sta pestando un nemico. E dire che Yobbo è nato per punire i bulli. Adesso il bullo è diventato lui.
Americani beoti, pensa. Se qualcuno ha coniato il termine americanata un motivo c'è: riescono a stupidificare e rendere spaccona ogni cosa che toccano. Un po' avrebbe dovuto aspettarselo, gli anni novanta sono finiti da un pezzo e la nuova generazione di videogiocatori si lascia attrarre più dagli effetti speciali e dalla celebrità di un gioco che dalla sua sostanza.  
Accarezza la tasca, dove c'è il portafogli con dentro la foto di Yobbo. Presto l'immagine del nuovo Yobbo, grosso e fanfarone, si sovrapporrà a quella dell'originale e di lui non resterà che il ricordo. Si sente invadere dall'amarezza. All'improvviso ha l'impressione di essere fuori posto.
Watanabe si fa strada in mezzo alla folla che si disperde.
"Signor Satragno!" lo saluta, con evidenti difficoltà a pronunciare il suo cognome. "Le è piaciuta la presentazione?"
Non è dell'umore adatto per mortificare un giapponese. Annuisce e Watanabe gli sorride contento.
"Sarà un successo" dice. Gli porge un biglietto da visita con il nome di un ristorante. "Stasera alle 19,30. Dream of Sushi"
Una cena con i pezzi grossi della NovaSoft, splendido. Non ha voglia di andarci, non dopo che hanno stravolto la natura del suo Yobbo senza nemmeno avvertirlo, assegnando il suo nome a un personaggio completamente diverso che ne raccoglierà immeritatamente i frutti.
Scuote la testa. Non ha senso arrabbiarsi adesso. Non poteva aspettarsi che venisse riproposta una versione di 32-bit Eden che fosse conforme all'anima originale del gioco. I tempi sono cambiati, deve accettare il fatto che l'infanzia geniale di Yobbo è diventa un'adolescenza conformista.
Si stringe nelle spalle. Infila il biglietto in tasca e chiama l'autista per farsi riportare all'albergo.

Dream of Sushi è in pieno centro, per arrivarci l'autista deve percorrere quasi dieci chilometri di strada. Tullio osserva la città dal finestrino della macchina. E' assorto in una specie di torpore languido, la bellezza della città gli s'imprime negli occhi senza scendere a fondo.
Per quanto possa essere sensato il proposito di accettare il presente, è sempre triste spezzare un legame col passato. Yobbo è andato, ed è come se con lui se ne fosse andato anche il ragazzo che dieci anni fa l'ha creato. Quello che scriveva codice per tutta la notte e lo buttava via all'alba perché colto dal dubbio che non fosse scritto bene, che non credeva ai professori universitari quando in privato gli dicevano di puntare a cose più adatte a lui di una laurea in ingegneria informatica conseguita in Italia. Addio all'enfant prodige. Non c'è bravura che non sia destinata a essere in qualche modo superata, presto o tardi.  
A dire il vero la cosa che lo rende più triste, in questo momento, è non avere nessuno con cui parlare. Potrebbe chiamare sua sorella, certo, ma a quell'ora in Italia è ora di pranzo, teme di disturbarla mentre è in pausa dal lavoro.
Il problema è che, al di fuori degli spazi della sua vita che non può riempire con il lavoro (letteralmente: che non può programmare) è spaesato e solo come un bambino al primo giorno di scuola.
Spaesato e solo, ecco come si è sentito anche quando ha dovuto ammettere con Sonia che era la prima e unica persona a sapere del suo viaggio a Los Angeles. Si è soli quando si ha una bella notizia e non si sa a chi darla per paura di disturbare.
A dispetto del suo essere un tipo solitario (è abituato a stare da solo fin dai tempi del bullismo alle elementari), ogni tanto pensa che se esistesse una persona, una soltanto, che gli fosse davvero vicina, con cui potersi aprire e che fosse pronta ad accoglierlo nella sua vita, allora...
L'autista si ferma davanti al ristorante e Tullio scende dalla macchina. Intravede all'interno qualche faccia conosciuta di NovaSoft e si unisce a loro.  
Il ristorante è arredato in stile classico giapponese, con tavoli bassi, tatami e cuscini per sedersi.  
Durante la presentazione non si era accorto che gli impiegati di NovaSoft che hanno lavorato a 32-bit Eden Reloaded fossero così numerosi: ci sono almeno sessanta persone alla cena, di tutte le nazionalità, c'è perfino un bolognese emigrato che si rifiuta di parlare italiano.
Cameriere giapponesi sottili come giunchi iniziano a servire edamame e insalata di alghe.
Tullio si siede tra Watanabe e un tedesco chiassoso, talmente grosso da non riuscire a fare il più piccolo movimento senza urtare qualcuno o qualcosa. Per tutto il tempo trangugia birra Asahi come fosse succo di frutta e fa battute sul sushi chiedendo quand'è che la smetteranno col cibo per gatti e inizieranno a portare del cibo vero.
I direttori della NovaSoft, intanto, fanno discorsi sul futuro glorioso dell'industria dei videogiochi malgrado la crisi economica globale, nel tipico tono ottimista americano. Tullio comincia ad averne abbastanza di americanità, già dieci anni prima aveva trovato sgradevole il contatto con queste persone che credono che il mondo esista in funzione del loro paese, avrebbe preferito che questi tizi non gli rinverdissero il ricordo.  
C'è da dire che il sushi in questo ristorante lo sanno fare. Tullio mangia con gusto mentre ascolta Watanabe che gli parla della cucina di Osaka, da dove proviene. Nota una ragazza seduta dall'altra parte del tavolo, poco distante da dov'è lui. E' una delle poche donne che lavorano in NovaSoft e non è neanche repellente come di solito sono le impiegate del settore.
Anche lei lo nota. Ha gli occhi vispi, appena un po' celati dietro una frangia castana irregolare. Non smette di parlare con il collega che le siede accanto, un americano cianotico con i capelli rossi, ma di tanto in tanto gli lancia sguardi vivaci.
Tullio s'imbarazza un po', ma decide di stare al gioco. Alla terza volta che i loro sguardi s'incontrano, accenna un sorriso. Lei ricambia e si volta verso il collega per rispondere a una domanda. E' arrossita un poco. Tullio sente un piccolo tuffo al cuore.
Le cameriere iniziano a sparecchiare. Qualcuno dei presenti si alza per andare in bagno o per sgranchirsi le gambe, diversi posti a tavola restano vuoti. Ce n'è uno che si è liberato proprio vicino a lei.
La ragazza ha smesso di parlare con il rosso e lo guarda di sbieco, sfidandolo con un sorriso. Avrà il coraggio di alzarsi e andarle vicino oppure no?
Tullio ha appena deciso che andrà a parlarle. Fa per alzarsi, ma la mano del tedesco lo trattiene.
"Tu sei quello che ha avuto l'idea del primo 32-bit Eden, no?" gli chiede, in un inglese ruvido.
Tullio lo guarda. E' evidente che è un po' alticcio.
"Sì, sono io" risponde, sbrigativo. "Mi stavo alzando per..."
"Sono curioso di sapere" la manona del tedesco lo rimette seduto. "Com'è che hai fatto a svilupparla tutta da solo, la prima demo. Cioè, era geniale, naturalmente"
Tullio lancia un'occhiata alla ragazza, che lo fissa con un'espressione sospesa.
"Io l'avrei fatta più cool. Ci avrei messo un personaggio un po' meno sfigato. Insomma, sai che barba un gatto intelligentone" dispiega il pollice e l'indice, a simulare una pistola immaginaria. "A me piace quando si spara"
"Come a tutti, in questo paese" dice Tullio, "adesso, se vuoi scusarmi..."
"Io non sono di queste paese" per la terza volta, la mano del tedesco lo riporta al suo posto.
E' esasperato, si volta verso la ragazza che ha le labbra arricciate in un'espressione corrucciata. Fra pochi istanti sarà ufficialmente delusa. Dannazione, deve liberarsi di questo maledetto tedesco al più presto.
"Io vengo da Duisburg. Sono qui stasera solo perché ho preso parte al progetto. La mia parte è stata la più importante di tutta l'operazione, sai"
Si scola mezza bottiglia di birra in un colpo solo e offre l'altra metà a lui. "Dai, bevi" gli ordina.
Sentendosi un idiota, Tullio manda giù un sorso di birra. Nel frattempo gli ospiti sono tornati dal bagno e il posto vicino alla ragazza è di nuovo occupato. Lei continua a guardarlo con occhi carichi d'attesa, ignorando il collega dai capelli rossi che ha ricominciato a parlarle.
"Ne ha fatti di soldi, quel piccolo stronzo" continua il tedesco.
Tullio deduce che il piccolo stronzo in questione è Yobbo. All'improvviso anche lui desidera avere un fisico da culturista e un mitragliatore in mano. Lo userebbe per sparare a questo dannatissimo tedesco.
"Stavolta però è la volta che sfonda. Gran parte del codice è mio, e quello che scrivo io funziona sempre alla perfezione"
Ordina altre due birre alla cameriera e costringe Tullio a bere con lui. Tullio rivolge un sorriso di scusa alla ragazza, con questo energumeno accanto non c'è speranza di svignarsela. Lei ricambia il sorriso piegando le sopracciglia in una finta espressione di biasimo. Ha il senso dell'humor, gli piace un sacco.
"Devi sapere che sono un genio anch'io" inizia il tedesco. "Potrei scrivere codice anche dopo aver bevuto dieci birre. Anche a occhi chiusi. E poi adesso sono anche sul punto di sfondare con una roba bella grossa"
"Sarei curioso di sapere quale" finge di interessarsi Tullio.
"Bevi" gli ordina il tedesco. "Ah già, tu sei gracilino, non come me che posso reggere anche venti birre senza avere neanche un piccolo capogiro"
"Già, meglio che stia attento" dice, sorridendo in direzione della ragazza che fa una faccia divertita.
"Domani consegno l'ultima parte di codice per la nuova generazione di processori Pentacol"
Tullio lo guarda e per un istante è sul punto di interessarsi a lui. La Pentacol è un'azienda d'importanza mondiale. Se davvero lavora per loro, forse a dispetto dell'aria da sbruffone questo tipo ne capisce davvero qualcosa di programmazione.
"Complimenti" gli dice. "I nuovi processori Pentacol li stiamo aspettando tutti con trepidazione"
"Lo so, amico" il tedesco gonfia il petto come un piccione in amore.  "E' la volta buona che mi sistemo a vita. Se tutto va come deve andare (e ci andrà, visto che il codice che scrivo è perfetto), mi faccio un altro paio d'anni in questo campo e poi mi ritiro a vita privata a godermi il mio bel gruzzolo. Altro che queste cazzate dei videogiochi"
Dall'altro lato del tavolo, la ragazza si alza in piedi e si dirige verso l'uscita del ristorante, sorprendendo il tizio rosso che la guarda andare via.
E' il momento di filarsela. Tullio approfitta del fatto che il tedesco ha le mani impegnate a versarsi la sesta o settima birra e si alza.
"Dove vai?" Protesta.
Tullio lo ignora. Cammina in fretta verso l'uscita del ristorante, ritrovandosi immerso nell'aria tiepida della serata californiana.
La ragazza è lì, poco distante dall'ingresso, con una sigaretta tra le dita. Sbuffa fuori una nuvoletta di fumo quando lo vede arrivare. Gli sorride. Tullio si accorge di non avere idea di cosa dire e si maledice di non averci pensato prima.
Il tedesco, intanto, è rimasto dentro il ristorante e tenta di attaccare bottone con il povero Watanabe. Per la cronaca, i nuovi processori usciranno davvero qualche mese dopo, puntuali grazie alla consegna del codice avvenuta il giorno dopo la cena da Dream of Sushi. Sbandierati come prodotto d'impeccabile precisione, già pochi mesi dopo l'uscita centinaia di utenti in tutto il pianeta testeranno l'esistenza di un grosso errore all'interno delle unità di calcolo, errore che impedisce di eseguire correttamente nientepopodimeno che delle banali divisioni. Questo imbarazzante bug, noto come FVID, diverrà uno dei più spernacchiati del web e  manderà all'aria i propositi di ritirarsi a vita privata del tedesco, che in seguito ripenserà alla sera della cena e per qualche ragione attribuirà tutta la colpa di questa pesantissima svista a Tullio.
Ma per adesso, Tullio è di fronte alla ragazza che lo ha fissato per tutta la sera e non sa cosa dire. Resta a guardarla in silenzio, con il sottofondo dei rumori del ristorante alle loro spalle.
Della cena con NovaSoft non gl'interessa più nulla, se fosse possibile andrebbe via con lei subito.  
"Mi chiamo Angela" dice infine lei. Il suo accento per ora è indefinibile.
"Tullio" risponde.
Tira fuori la mano dalla tasca dove c'è il portafogli e gliela porge. Le sue dita sono fredde e sottili.






permalink | inviato da insolita il 25/3/2013 alle 22:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 marzo 2013
La frase della serata.
'Negli anni '80 seguivi il tuo sogno e entravi a lavorare in banca, oggi se non segui il tuo sogno sei un coglione aggiro per il mondo'

Dannatamente vero.

(si sta facendo tardi)


LinTa



permalink | inviato da insolita il 17/3/2013 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
14 marzo 2013
Forum (io c'ho provato)
E' l'era dei Social network, e giustamente io per essere in controtendenza e sentirmi ribelle m'iscrivo a un forum di discussione.
Mi sono detta: il problema dei social network è che ci sono tutti, ma tutti tutti tutti, e avere uno conversazione di qualità su qualcosa è complicato perché chiunque si sente in diritto e dovere di dire la propria, ivi compresi coloro che non hanno un'opinione e se la inventano sul momento, che danno informazioni senza preoccuparsi di controllare se siano vere o false, che scrivono con le x, le k e le abbreviazioni (ormai comunemente riconosciuto come il linguaggio "dei giovani", al che ho deciso di dissociarmi e dire in giro che malgrado la faccia da ventisettenne in realtà ho sessant'anni).
Dunque ho pensato: se m'iscrivo a un forum di discussione su qualcosa che mi piace, oltre a parlare e leggere di cose che m'interessano troverò anche un'utenza più preparata e una qualità delle discussioni più alta.
Eccomi perciò iscritta a un famoso forum di discussione sui videogiochi. Uaaah, figo, penso. Adesso posso sbizzarrirmi a parlare dei videogames che ho giocato o che sto giocando, scambiare trucchi e soluzioni con gli altri utenti, essere aggiornata sulle nuove uscite, conoscere tanti altri maniaci come me e chissà quante altre cose fighe.
Come dire. COLCAZZ.
Appena iscritta mi arrivano subito le congratulazioni e tre notifiche dal sistema che mi spiegano che ho sbloccato tre obiettivi: "narciso" perché ho refreshato la pagina del mio profilo per vedere come sarebbe apparso, "seguace" perché ho followato un paio di articolisti del sito e "novellino" perché mi sono appena iscritta.
Aspetta, aspetta. Sono qui per parlare, cosa c'entrano gli obiettivi sbloccati e le congratulazioni. Tra l'altro cerco in tutti i modi di inserire sul mio profilo una lista di titoli che ho giocato ma non ci riesco, consulto le FAQ ma a quanto pare questa è una domanda che la gente di solito non fa. In compenso, la sezione con gli obiettivi sbloccati è visibilissima e girando da una sezione all'altra torno sempre e comunque a sbatterci contro. 
Okay, lasciamo perdere il profilo, cominciamo a parlare con qualcuno. Uhm.
Sì, ma come? Il forum è diviso in categorie di cui non riesco a capire bene la logica, chi vuole può aprire una discussione su qualcosa a patto che non ne esista già una e che si parli SOLO di quella cosa lì.
Apro una discussione già esistente e vedo che ci sono ben 125 pagine di commenti lasciati dagli utenti. Argh, sarà difficile avere qualcosa di nuovo da dire su una discussione che ha già 125 pagine di commenti. Decido di partire dall'ultima pagina e leggere a ritroso dal commento più recente al più vecchio.
Caricamento stralento a causa dei banner pubblicitari che saltano fuori dappertutto e delle firme degli utenti che sono composte da gif animate, fastidiose scritte glitterate e immagini del formato di un wallpaper. Uhm.
Aspetta, aspetta, ma la discussione dov'è? Scorro la pagina 125 dal basso all'alto, poi la 124, poi la 123. E' tutta una sequela di commenti che dicono "quoto", "riquoto", "straquoto", "ahahahah", "no", "sì", con nutrito apporto di emoticon. Ma dov'è che si parla di qualcosa?
Apro altre due o tre discussioni e sono tutte così, è difficile seguire il filo di un discorso (quando è presente) e il caricamento lento delle pagine presto mi scoraggia dal continuare a leggere.
Okay, lasciamo perdere, apro una nuova discussione io, vediamo se così va meglio.
Cerco un argomento che non sia stato ancora proposto e apro un nuovo thread. M'ignorano tutti. La prima risposta arriva il giorno dopo da un moderatore che mi risponde una cosa insignificante. Mi chiedo come mai.
Indago un po'. A ben guardare, dei 157699 iscritti del forum, ne sono attivi sì e no un centinaio. I thread sono pieni di commenti delle stesse persone che sembrano conoscersi tutte, scherzano fra loro e fanno riferimenti a discussioni passate. Per capirci qualcosa devi leggere tutto da cima a fondo e andare pure a ricercare i vecchi thread. Ma soprattutto, c'è un elemento sconvolgente: tutti hanno un minimo di 5000 messaggi già lasciati sul forum, un numero che a me sembra irraggiungibile tanto quanto il multiverso. 
L'impressione che ho è che sui forum un utente viene considerato un esperto non tanto per ciò che scrive ma in base al numero di messaggi che ha già scritto (anche se magari sono una sequela di quotoriquoto): più se ne hanno, più si è veterani in corsa per la nomina di semidio.
Io, con l'unico messaggio che ho all'attivo, devo avere per questi utenti la rilevanza di una caccola. Anzi, probabilmente una caccola è anche troppo, siamo ai livelli di un atomo sperduto di una caccola. Mi rendo conto di dover fare un po' di gavetta, okay, devo arrivare almeno a 1000 messaggi e 200 obiettivi sbloccati perché qualcuno mi consideri.
Ma come faccio, se nessuno mi risponde quando apro nuove discussioni e se in quelle già esistenti non si capisce di cosa si sta parlando perché la gente si quota a vicenda o posta le emoticon? Non ho altra scelta che mettermi a fare i quota riquota anch'io.
Ma cazzo, allora erano meglio le discussioni sui social network, almeno anche se il primo che arriva si sente in diritto di fare una sparata su qualcosa senza fonti e senza senso civico, almeno ho la possibilità di ribattere con una lancia verbale castigante, è comunque uno scambio di qualche tipo. 
Assurdo andare in un forum di discussione e scoprire che tutto ti scoraggia a discutere. Forse sarà che sono troppi anni che sto a stretto contatto coi social networks, ma davvero non ho mai fatto tanta fatica a esprimermi come quando sono stata in un posto dove l'unica attività possibile dovrebbe essere quella.

E io che volevo solo parlare.

Bah.

Vostra,

LinTa




permalink | inviato da insolita il 14/3/2013 alle 0:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 marzo 2013
Giove ti ringrazio.
Per questa botta di autostima.

In effetti quando il tizio che lavora con te va letteralmente in preda al panico perché Facebook gli è impazzito e,

1. ha accettato contro la sua volontà la richiesta d'amicizia di una ragazza brutta;
2. non gli fa scrivere un messaggio privato a un'altra ragazza che gli interessa,

e ti dice tutto questo ripetute volte con l'aria di chi ha appena scoperto di avere una malattia grave, ignorandoti mentre gli stai dicendo che il vostro capo non vi versa gi stipendi dal dicembre scorso e andando nell'altra stanza a raccontare tutto anche all'altro collega, significa che in fondo in fondo non sei poi così da buttare.

Chissà perché mi viene in mente Maccio Capatonda in "Italia Medio".

SCOPARE!!!

:P

Vostra,

LinTa



permalink | inviato da insolita il 13/3/2013 alle 15:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
4 marzo 2013
Lunedì.

Requisiti fondamentali per mettersi a scrivere:

1. Aver preso il caffè

2. Aver dormito un quantitativo di ore sufficiente

3. Non avere una moto che ti guarda con gli occhioni imploranti come a dire "guarda, c'è il sole, usciamo a giocare?"

4. Avere un minimo di inclinazione a dare ordine  al caos

5. Non aver fatto sogni strani


(Stamattina totalizzo zero su zero. Olè!)

 Vostra,

LinTa

 

 




permalink | inviato da insolita il 4/3/2013 alle 8:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 febbraio 2013
Elezioni politiche 2013
ITALIANI POPOLO DI BUDIULI.

Ogni altro argomento non è valido.



(sisalvichipuò)

Vostra,

LinTa




permalink | inviato da insolita il 26/2/2013 alle 10:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
settembre       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 280932 volte

Che faccio su questo blog? Racconto cose senza pretese, scrivo senza affinare, prendo in giro cose/fatti/ggente senza essere mai seria, rifletto sul mondo con un pupazzo di Doraemon accanto. Il tutto più o meno con questa faccia:

 


                                     

 

 

“Le origini delle cose tutte debbono per natura essere rozze”

Vico

 

“C’è stato qualcosa che è andato assolutamente storto all’inizio”

Anonimo

 

Scopo principale della scienza non è di aprire la porta all'infinita saggezza, ma di porre limiti all'errore infinito”

Galileo Galilei

 

"Giuro di essere felice. Mi sono reso conto che la sola felicità a questo mondo è quella di osservare, di spiare, di guardare, di scrutare se stessi e gli altri, di non essere altro che un grande occhio fisso, lievemente vitreo, un po’ infiammato. Giuro che la felicità è questo. Cosa importa se sono un pochino insignificante, un pochino sleale e se nessuno apprezza tutte le mie notevoli doti… la fantasia, l’erudizione, le capacità letterarie…? Sono contento di poter contemplare me stesso, poiché ogni uomo è interessantissimo, sì, proprio così, interessantissimo!"

Nabokov

 

"L'uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero"

Ugo di San Vittore

 

GiullaRe: Vero, niente faccio, ma come lo faccio io non lo fa nessuno! Credete sia niente passare la vita saltando da una piazza all’altra, saltando da un lazzo ad un altro e saltando tutti i pasti nel mezzo? Pensate, mia signora, sia niente dover sopportare il peso della verità sulle proprie spalle? Credete sia niente, o raggio di luna, essere il solo ad aver abbastanza coraggio da beffeggiare i re, il papa e la morte in persona, per ricordare alla gente che si può ancora fare? Vi sembra niente, mia signora, l’ aver raccolto l’eredità più pesante, ovvero il logorante fardello di quello che deve fare ciò che nessun’altro vuol fare?Credete sia niente dormire di giorno, e male, per poi di sera saltare e ballare al ritmo dei miei scherzi e delle bastonate degli scherniti? Credete veramente, mia signora, che sia niente essere un giullare? Credetelo e vi sbaglierete, credetemi solo un folle, e vi sbaglierete. Credete che questa maschera serva a nascondere qualcosa di diverso che le mie lacrime solitarie e amare, e vi sbaglierete. Credete per un solo istante, mia stella, che questa maschera sia leggera, e vi sbaglierete come colui che confonde l’alba col crepuscolo. La maschera del giullare pesa sul mio volto come l’universo pesa sulle spalle d’atlante. Andate da vostro padre e ditegli che se la sua corona pesasse metà della mia maschera, sarebbe più gobbo della luna calante.

Ade (Maschera e corona)